nante tanto il poeta quanto il burocrate. Siccome le tendenze europee nel campo dell’arte erano cosmopolite e quindi snazionalizzatrici, il nazionalsocialismo impegnò una durissima lotta contro tutte le forme di arte internazionale, cioè, secondo il lessico nazista, di arte degenerata, colpevole di minare subdolamente le basi stesse della cultura ariana, in quanto nessuna arte è determinata dal tempo, ma solo « dalla stirpe che la produce ». L’arte tedesca, cioè l'unica forma possibile di arte, deve essere l’espressione della Volksgemeinschaft, del senso della coesione popolare. Si ha qui una concezione dell’arte che si stacca decisamente sia da quella tradizionale, sia da quella attuale di arte di fruizione e di massa ; qui all’arte intesa come strumento di esaltazione di un regime si unisce il concetto per cui ad esso spetti il compito di essere « oggettivazione dei simboli nazionali ». Non più un’arte che sia « frutto di particolari riuscite e culmini di slancio singolari », ma arte che sia presente a tutte le esperienze politiche contingenti, che nella sua pregnanza esprima i fasti razziali, ma arte i cui simboli dovevano risultare « così carichi di sensazioni immediate da suscitare una solidarietà universale, plebiscitaria » ; essa doveva essere lo specchio della situazione etica e sociale del paese e doveva essere programmata a questo scopo ; doveva essere elemento di propaganda politica e non forma di autonomia espressiva. Non poteva più quindi l’arte essere opera di contemplazione, adesione a un modello ideale di perfezione o analisi d’un proprio mondo interiore, ma doveva essere un atteggiamento consapevolmente e ideologicamente impegnato a disarmare e a distruggere l’avversario, a esaltare gli elementi germanici specifici e quanto di estatico e di profetico poteva essere nel carattere nazionale tedesco. L’estensione dell’arte a tutti gli aspetti dell’esperienza è un elemento altamente positivo ; il suo accostamento a vaste masse di fruitori può essere un merito e un dovere sociale. Ma il nazionalsocialismo operava una perfida discriminazione e dichiaratamente usava dell’arte come di uno strumento che, in comunione con altri, serviva a restaurare la forma autoritaria dello Stato, a salvarlo dal « tenebroso abisso » dell’anarchia, della democrazia, del bolscevismo. L’arte do- veva servire a restaurare il « senso eroico » e le « virtù guerriere ». La già allineata Nationalsozialistische Gesellschaft für deutsche Kultur, nel primo articolo del suo statuto, si prefiggeva lo scopo di « chiarire al popolo tedesco quali rapporti esistano tra la razza, l’arte, la scienza, i valori etici e quelli militari ». L’arte - affermava Hitler — è una missione che impegna al fanatismo. Essa doveva essere avanguardia della lotta per una cultura nazionale; doveva essere una geistige Mobilisierung (mobilitazione spirituale). Così nei ministeri del Reich, nei principali istituti artistici furono insediati i Kunstkommissare (commissari alle arti), cioè uomini di fiducia del partito, che trasformarono la vita artistica in una fonte di agitazione, che esaltarono il « livellamento », che proposero premi e riconoscimenti governativi a canti e a opere teatrali che esaltassero la Volksgemeinschaft. Termini come « national » e « international », « innen » e « aussen », « deutsch » e « undeutsch » assunsero attraverso l’indottrinamento significati nuovi : « nazionale » significava « onesto, germanico » ; « internazionale » significava invece « corrotto, degenerato » ; « interno » esprimeva la corrispondenza con le leggi del sangue e della razza ; « esterno » corrispondeva a « spurio, falso » ; « tedesco » voleva dire « essere chiaro, essere eroico e veritiero » ; « non tedesco » si identificava con la insania. La lotta scoppiò implacabile, feroce contro tutti coloro che « avvelenavano la nazione tedesca con la cloaca della loro letteratura, con il disprezzo per tutto ciò che deve essere sacro a un popolo » (74). 39