Il nazionalsocialismo non solo afferma che i membri della comunità sono vincolati da rapporti di suolo, di sangue, di razza, ma postula anche una « volontà », una partecipazione soggettivamente « spontanea » da parte di tutti i componenti del gruppo, i quali « devono » accettare tutti le stesse leggi per realizzare in comune il loro destino di popolo ; « devono » avere questo slancio libero e fantasticamente immotivato di aggregarsi in comunità. Proprio questa esigenza ineliminabile dal pensiero nazista, per la vivacità delle passioni che suscitava, per necessità di coerenza, costituiva una specie di campo minato, per il quale, essere al servizio della scienza libera, della ragione, della equità, significava correre gravissimi rischi. Soltanto colui — affermava Cari Schmitt, il teorico del diritto nazista — che partecipa secondo la propria indole alla comunità e ne fa parte, è in grado di comprendere giustamente i fatti, di capire nel loro giusto senso certe asserzioni, di interpretare nel loro giusto valore impressioni ed eventi. Difendere la lingua quindi, difenderla anche nei suoi aspetti fonetici, perché anche la pronuncia testimonia dell’appartenenza a un determinato gruppo, significava proteggere la comunità e salvare dalla alienazione etnica tutti i valori tradizionali e spirituali. Una comunità culturale e linguistica (cioè una etnia) non solo si distingue dalle altre comunità nel segno linguistico, ma anche perché affronta le situazioni con sentimento e con volontà diversi, perché possiede un modo diverso di pensare, di organizzare la realtà, di interpretare gli eventi, di reagire alle sollecitazioni. E tutto questo trova la sua più fedele manifestazione nel linguaggio. Per il nazismo quindi la difesa della lingua non era tanto la difesa dei diritti dell’individuo, quanto la difesa di un patrimonio culturale avito che si voleva identificare nella razza. Il nazismo si riconosceva come etnia a sè nel gioco delle opposizioni con gli altri popoli. L’autoriconoscimento della propria superiorità era naturalmente legato alla valorizzazione del patrimonio culturale di cui portava la responsabilità. Il suo errore, in questo camp«), fu quello di litenere che le nozioni di razza, di lingua e di cultura fossero equiestese ; i campi semantici di questi tre concetti, invece, le loro linee di evoluzione non implicano affatto una necessaria coestensione. Diremo, a titolo di esempio, che la grande massa di coloro che parlavano e parlano tedesco, gli abitanti cioè della Germania centrale e meridionale, dell’Austria, della Svizzera tedesca, non appartengono affatto alla razza « nordica », dolicocefala, ma alla razza alpina, brachicefala (91). Nel nazismo si avvertiva la tendenza a porre in atto un processo di adeguamento del linguaggio alla nuova temperie, a promuovere un più energico movimento di unificazione, sia contenutistica su base nazionale e razziale, sia formale su una base di austerità e di marzialità. Si postulava l’esistenza di una lingua nazionale come forma di unità culturale e politica, senza differenziazioni, fuori del gioco delle forze centrifughe e centripete che condizionano il divenire della lingua. Nella gamma di realizzazioni linguistiche, proprie di ogni epoca, non si tendeva a rilevare il segno delle stratificazioni sociali, ma si mirava a riportare su un piano d: omogeneità tutti i dati rilevabili, a creare una lingua la cui fisionomia si inte- O ' o grasse e si collegasse colle aspirazioni velleitarie. Nuovi sistemi, nuovi moduli della tradizione oratoria, talora impreziositi da echi arcaici, resi solenni da un gestualismo ieratico, dovevano convergere, entro lo spessore della lingua, travalicando gusti e indirizzi democratici, a un formalismo etnicamente aristocratico, a un linguaggio paludato ed eroico. La democrazia e le lette politiche avevano avuto per effetto di consegnare la lingua al popolo, di caricarla « di una partecipazione sentimentale e civile ■» i92), il che contraddiceva lo spirito della Weltanschauung nazista. Dalla magica suggestione del mito, del san- 47