missione che gli veniva riservata : quella di riunire il popolo tedesco sotto le insegne di una nuova Kultur. Assai chiaramente esprimeva questo concetto uno dei teorici del teatro Thing, in un articolo del settembre 1935 « Il teatro deve riunire..., il teatro deve elevare : unire il confuso mischiarsi dei sentimenti individuali in una visione solenne, anticipare le prospettive lontane per il futuro grande giorno dell’umanità tedesca che il Fuhrer prepara, armare i cuori, temprare le volontà, tendere le forze » (*). Teatro politico dunque, ma di una politica che trovava le sue pezze d'appoggio nella sfera del mitico e del religioso — e che altro erano l’adorazione del sangue o la sacralizzazione della razza se non una forma di religione? — e O O di questi elementi s’agghindava per presentarsi alle masse in abiti sgargianti e fascinosi, atti a promuoverne l’accensione a livello del subcosciente. Per tale nozione di politica Peter Viereck (2) ha coniato un termine assai sottile : metapolitica. E invero intriso di elementi metapolitici doveva presentarsi il nuovo « teatro nazionale tedesco », il Teatro Thing, che se per un verso voleva proporsi come vero e proprio teatro d’agitazione e propaganda — e l’eco di manifestazioni quali quelle sovietiche del periodo immediatamente posteriore alla rivoluzione o quelle tedesche di Erwin Piscator doveva aver trovato qui orecchi assai attenti - dall’altro non intendeva rinunciare a tutto l’armamentario idoneo a provocare lo stravolgimento delle masse nel senso sopraindicato, prima fra tutti quel concetto continuamente martellato secondo cui il nuovo teatro andava inteso non come forma d’arte, ma come culto, anzi come rinnovamento del sacrificio rituale del sangue. Per Goebbels ed Hitler questa linea direttiva obbediva a un preciso intento di padroneggiamento delle masse per via meramente irrazionalistica, in netta antitesi con gli usuali criteri democratici, che basandosi sulla dialettica dei partiti e sul dispiegamento del potere di critica individuale, avrebbero costituito un impedimento insormontabile al delirante sogno hitleriano di una Germania unita intorno al suo Fuhrer. Era questa una linea che trovava precise rispondenze nell’ottocento tedesco, soprattutto nel rifiuto wagneriano, divenuto più radicale a partire dal 1848 dopo gli inizi democratici dell’autore del Parsifal, di ogni politica di risveglio cosciente del popolo, con conseguente negazione degli elementi razionali per un totale abbandono alle sfere dell’emozionale e dell’inconscio. Per il direttivo del Reich i problemi teatrali si riconducevano dunque abbastanza placidamente al tema di fondo della politica interna hitleriana : la ricerca di tutti gli espedienti propagandistici atti a consentire il controllo delle masse. Ma per la falange dei professori, i mediocri — che gli intelletti migliori avevano da tempo preferito la via dell’esilio o già scontavano i frutti della loro malcelata opposizione nei compi di concentramento — il miraggio di un teatro che recuperasse i carattere di festa e di celebrazione popolare, che uscito fuor dal chiuso del palcoscenico borghese tornasse sotto aperto cielo a farsi interprete delle grandi passioni elementari e collettive, doveva effettivamente costituire un considerevole incentivo. Forse per alcuni spiriti il Teatro Thing sembrò davvero realizzare l’eterna aspirazione hòlderliniana al luminoso cielo dell’Ellade ; fatto sta che si parlò di ritorno alle origini e l’ombra della tragedia greca, sul cui carattere di rito collettivo i filologi avevano da secoli cercato di interrogare la muta pagina, sembrò tornare a prendere forma sotto le brume nordiche. E si cominciò a scandagliare il passato nazionale alla ricerca dei periodi 79