genza indeclinabile di questa, quella cioè dell’immanenza di sé a sé, della ripresa riflessiva come effettuazione del cogito ; senonchè, questa coincidenza essere-al-mondo, pur non essendo una « soggettività », conserva tuttavia un’esi-stere, è subito smentita dalla constatazione che la chiusura su sé del soggetto non può essere effettuata che attraverso l’espressione come parola, in un gesto che ricollega l’intenzionalità aprente al centro della ripresa di sé. LA RIPRESA DI SE' COME PAROLA La forma di questa ripresa di sè è l’operazione della parola, il Cogito è un Cogito parlato ; nell’atto dell’espressione il pensiero possiede se stesso non perché in esso offra un’immagine di sé, di modo che la parola o la frase sarebbero una riproduzione magica della coscienza, che questa saprebbe poi cogliere ; niente di tanto chiaro ed obiettale nel pensiero per parole. Tuttavia solo nella espressione verbale il pensiero si fa consapevole di sé ed insieme del tema della sua intenzione ; l’espressione in parola è la forma esatta che assume un’autocosicenza che si raggiunge solo come certezza di un mondo ; l’autocoscienza di una trascendenza non può essere che un’espressione di sé in cui l’autopossesso è incorporato all’intenzionalità mondana. La parola come espressione della coscienza tetica del mondo e della coscienza irriflessa del sé, sarà l’elemento rivelatore privilegiato dell’essere di quella coscienza che in essa si compie. Avendo incontrato il fenomeno del linguaggio come momento della riflessione, è in primo luogo il suo aspetto di parola e non di lingua che deve essere considerato : noi, diventiamo coscienti del nostro pensiero quando parliamo, ed in questa operazione è determinata ed espressa — fatta cosciente e fatta essere — la natura propria del Cogito. Esprimere in parola è intenzionare un significato ; con questo si esclude che esprimere sia dare una traduzione percettibile ad un pensiero inteso come intuizione evidente di significati chiari e posseduti, trasporre in un sistema univoco di segni un universo compiuto di pensieri-significati. In questo ipotesi la parola sarebbe un segno, non avrebbe un senso. Da una parte si esclude che si tratti di un semplice evento motorio in terza persona, semplice comportamento verbale che si effettuerebbe secondo lo stile degli avvenimenti, quali sono pensati dall’empirismo. D’altra parte anche una riduzione del linguaggio a comportamento non sarebbe una riduzione al processo cosale, data la precedente acquisizione del carattere intenzionale del corpo e del comportamento. Tale duplice esclusione è già contenuta nella semplice constatazione che la -parola ha un senso; è questo il primo fenomeno che deve essere fatto vedere. La parola è quell’operazione complessa di organizzazione di dati percettivi, che persegue ed insieme è il significato. Il pensiero non è prima della parola, il significato che viene perseguito non è un pensiero già fatto che nella parola cercherebbe un’illustrazione del tutto inessenziale al pensiero, del quale sarebbe ingiustificata l’insistente ricerca dell’espressione ; questa è tanto insistentemente cercata poiché è l’istituirsi stesso del pensiero il quale si pone in essere solamente nella creazione parlante ; il pensiero costituisce se stesso nell’istituzione della parola e l’invenzione di questa è l’autocostituirsi del pensiero. Se il senso non deve essere collocato al di qua dell’espressione, in una coscienza pensante preverbale, non può neppure venir situato al di là della parola, in un universo di significazioni costituite, cui i segni rinvierebbero in un automatico siste- 8 FENOMENOLOGIA