di liguaggio, che solo in quello formale, critico, si fa predominante ; ci basta per il momento indicare nell’intenzione di verità l'elemento costitutivo della struttura storica della parola. La parola riprende un passato sotto forma di significanti, il suo potere di aprire ha bisogno di ricorrere al passato ed ancorarvisi, non per tracciare per sè o per altri la propria storia, ma per farsi essere ; insieme a questo momento ritentivo dell’atto d’espressione si impone il momento protensivo, quello per cui il materiale passato viene messo in prospettiva su un verso, un senso dell’intenzione significante ; all’orizzonte di tutte le aperture operate dai significati, come realtà propria del mondo dei significati, sta una presunzione di verità, che funge da polo di attrazione comune a tutte le intenzioni significanti, così come la presunzione dell’unità reale della cosa è l’intenzionalità seconda che anima tutte le intenzioni percettive; l’intenzione di realtà sta all’intenzione di verità nello stesso rapporto dell’orizzonte « mondo » all’orizzonte « verità ». Opera cioè, all’interno di ogni apertura particolare eseguita dalla parola, un’intenzionalità fondamentale che si vuole apertura sulla verità. Questo momento protensivo non è un decollo verticale fuori del campo in cui si colloca l’esperienza parlante : l’intenzione è in una relazione essenziale con il passato di parola in cui si esprime, perchè intende essere la verità di esso ; il pensiero riflesso si costituisce sempre sulla base di un’acquisizione originaria preriflessa, che nessun atto di pensiero può radicalmente mettere in questione ma cerca di recuperare in un movimento di esplicitazione ; pensare e parlare è sempre esplicitare un già saputo, qualcosa di già contenuto da sempre nella parola, che attende tuttavia di esistere, nell’atto dell’apertura esplicitante e nella forma dell’apertura come verità. Quel già saputo originario ■—- che, come è noto, è l’esperienza originaria del mondo, — funge da termine di rimando per la parola instauratrice di senso ; questa è regolata da quello, poiché è di quel passato che la manifestazione pretende essere la verità; la verità è la struttura temporale della parola in quanto ripresa direzionale — e temporalmente direzionale — di un passato sulla linea di un’intenzione in esso implicata ; inventare è sempre fare la verità del passato, la verità del detto è nelle intenzioni non ancora dette che devono essere riconosciute nel detto ; questo avviene nel-l’incorporare in un passato di significati un’intenzione che ne istituisce il senso. Concepita la verità come una messa in prospettiva del passato su un’intenzione significante che è la sua (del passato) preriflessa intenzione, rimane un ultimo problema da sollevare : quello del verso dove dell’intenzionalità significante veritativa. Che non è una questione metafisica, ma equivale a quest’altra, del tutto meno temibile : che cosa si dice quando si parla di qualche cosa, qual è il che cosa della parola? Ora una prima risposta sicura direbbe che la verità della parola è il mondo ; (8 ) ma si tratta del mondo della percezione, oppure il mondo dei significati è una messa in forma — umana — del mondo percettivo? E se la nostra apertura al mondo è l’instaurazione del fenomeno della verità e verità di fatto e verità di ragione non sono di ordini differenti (9), è a questo punto che si deve sollevare il problema della ragione, instauratrice e norma della verità del mondo, come soggetto ultimo dell’intenzionalità parlante. Non intendiamo toccare questi problemi in tale formulazione generale che ci costringerebbe a prendere in considerazione le prospettive indicate dalle affermazioni liminari dell’opera dell’Autore e in particolare l’opera postuma incompiuta ; ci limitiamo ad assumere questo problema nel suo emergere come fenomeno della prassi espressiva, nel suo stesso formularsi implicito come equilibrio sempre risolto del movimento aperto del parlare. FENOMENOLOGIA 13