LA CIRCOLARITA' PROPRIA DEL PENSIERO PARLANTE Con questa concezione della lingua che prende origine dalla parola e di questa che è un’espansione di quella, pare si sia eluso un grosso problema, quello della naturalità o meno del linguaggio. Se cioè l’operazione di costituzione ed espressione di significati si impone su materiali espressivi preesistenti, pare che assumiamo il problema del significare quando è già risolto in quanto ci collochiamo in un universo parlante, dove appunto non si tratta che di comprendere come, con significati dati, se ne possano far emergere di nuovi ; pare in sostanza che si sia evitato di cogliere il problema del primo nascere della parola dall’insieme dei gesti di comportamento, che ci si sia accordato il fatto del linguaggio come qualche cosa che è, del quale non si intende porre la questione della natura. Assunto senza farne oggetto di questione il fatto del linguaggio, pare ci si sia data la possibilità di intenderlo sia come facente parte del mondano naturale, sia come una costruzione sovraordinata, a seconda che si pensi quel fatto che si assume non problematicamente come un dato naturale oppure come un evento instauratore, senza che vi sia un fondamento ad una scelta. Ora è vero che si assume il fatto come qualcosa già da sempre costituito ed agente, ed è anche vero che si rifiuta di porre il problema della natura nel senso di origine e, di conseguenza, di optare per la naturalità o la convenzionalità del linguaggio. Rifiutata però la questione in questa formulazione alternativa, è possibile coglierla come l’espressione maldestra di un’interrogazione plausibile e pertinente : se il luogo d’origine dei significati è il mondo del comportamento e della percezione, se il gesto espressivo è intenzione di significati, in che rapporto stanno i significati mondani gestualmente o percettivamente intenzionati come poli di confluenza del movimento della soggettività corporea, e quel mondo di significati cui si apre l’operazione espressiva? Tra il mondo dei significati naturali, e il mondo dei significati espressi, artificiati? La portata del problema non è per noi facilmente intuibile, ma un primo aspetto semplificato di esso può introdurci alle possibilità di questionare che contiene. Quale sarebbe la conseguenza di una dipendenza diretta del mondo dei significati dal mondo dei sensi agiti e percepiti? L’espressione non sarebbe, in questo caso, che la ripetizione in un’operazione differente, di un identico termine, il dire ripeterebbe il percepire, il mondo dei significati sarebbe incluso nell’unico significato mondo. Se all’opposto, per sfuggire alle conseguenze di una dipendenza diretta, si negasse la relazione tra i due termini sganciando totalmente il significato dal percepito, la parola sarebbe pura creatività fil di fuori del mondo della nostra intenzionalità corporea, saremmo cioè in grado di costituire un mondo al di sopra del mondo in virtù della parola che aprirebbe una reazione a catena capace di propagarsi illimitatamente in una sfera di autosignificanza irrelata all’ambito di apparizione originaria dei significati. Sarebbe doveroso indicare le incongruenze di ciascuna delle due risposte prese isolatamente, con i fatti, ed insieme le assurdità di una esclusiva autonomia o eteronomia del linguaggio. Preferiamo invece raccogliere brevemente la linea di soluzione dell’alternativa che pare di poter cogliere dai testi. Ad ogni livello dell’attività significante, — quello del comportamento, quello della percezione, quello del linguaggio, — intenzionare un significato è mettere in forma un dato che è dato solo come significato, cioè già l’operazione vitale e percettiva non sono la registrazione di una forma naturale preesistente, ma l’operazione instauratrice di questa forma; il mondo stesso, il cosiddetto 14 FENOMENOLOGIA