Struttura e tecnica nell’opera di Roberto Di Marco Per giustificare la scelta di un autore come Roberto Di Marco, può essere utile dichiarare subito da quali presupposti si intenda partire, da quali convincimenti critici e teorici si vuole muovere per leggere l’autore privilegiato. Un presupposto è dunque da rinvenire nella convinzione, ormai abbastanza pacifica d'altronde, che a qualificare il linguaggio come tale non concorre esclusivamente il fatto che ha un senso, e che perciò il linguaggio poetico ha in se stesso il proprio centro di proliferazione ed un trasparente congegno intrinseco. Quando I. A. Richards parlava della dinamica contestuale della parola, in una sua opera del ’36, già individuava la tematica oggi recuperata e rinverdita da un Foucault. Infatti, allorché il filosofo francese insiste nelFasserire che si ritiene di aver raggiunto l’essenza stessa della letteratura non più interrogandola a livello di ciò che essa dice, ma entro la sua forma significante, si dispone a riecheggiare i termini generali dei formalisti russi, attraverso le mediazioni opportune della Nuova Critica americana. Da questo primo presupposto si muove il gioco di obiettivazione linguistica che, dentro al linguaggio, crea uno spessore, un’area nella quale il linguaggio non riflette che se stesso, scomponendosi e ricomponendosi nei propri elementi. In questo modo il linguaggio esamina se stesso, mettendo in rilievo che la sua funzione specifica è quella, appunto, di rappresentare parole e quindi mettere a nudo ìft propria intrinseca natura logocentrica. Dunque il linguaggio trova in sé la possibilità di osservarsi quale oggetto staccato dalla propria dimensione ; sdoppia le due facce da cui è costituito : quella del linguaggio che narra e quella del linguaggio che analizza la sua medesima funzione narrante. In altre parole : il protagonista è il linguaggio, che come personaggio rappresenta se stesso drammaticamente ; nel contempo, avverte di giocare questo ruolo, che distacca critica-mente da sé, quasi fosse una epidermide da cui è diviso, grazie ad una specie di intercapedine critica. Ci sembra questo un presupposto importante per indicare come tale doppia faccia del linguaggio sia presente non solo in Di Marco, ma nel complesso della narrativa, o denarrativa, contemporanea. Non è senza ragione che oggi i denarratori istruiscono il processo alla letteratura borghese, macroscopicizzando il processo tecnico dell’operare là dove la letteratura, fino a ieri, ha inteso camuffarlo o, quanto meno, minimizzarne la funzione. Si capisce allora come la letteratura di oggi intenda proporre se stessa come segno che si autogestisce, che significa se stesso e rinuncia così all’intento persuasorio e consolatorio che ha, invece, caratterizzato la letteratura borghese in senso stretto. Risulta inoltre chiaro l’interesse che l’operatore d’arte rivolge Gino Baratta LETTERATURA 17