oggi alle tecniche narrative, quando lo vediamo impegnato ad abolire il personaggio, la arbitraria continuità narrativa, la dimensione spazio-tempotale antropocentrica, la discriminazione sacra tra scienza e letteratura. Difatti le tecniche narrative, tradotte oggi al lettore nel loro funzionamento intrinseco, disvelano in senso critico la prevaricazione che la grammatica borghese del romanzo ha compiuto nei confronti del lettore. Il denarratore rinuncia al ruolo tradizionale di accompagnatore di chi legge, per avventurarsi insieme al lettore nello spazio immaginativo nel quale il romanzo costruisce se stesso, tutto carico di implicazioni mon dane, corporali e materiche. Proprio a questo punto avviene l’incontro tra scienza e letteratura, cioè tra marxismo inteso come metodologia di organizzazione-modificazione del mondo e letteratura, che sulle ragioni materialistiche trova la possibilità di fondarsi come metaletteratura. Questa, di volta in volta, si espliciterà come parodia della Letteratura, come metascrittura quale consapevolezza scrittoria a livello di poetica interna alla pagina, come smontaggio della mitografia letteraria. Tutto ciò comporta una reinvenzione totale della sintassi narrativa e, soprattutto, una condizione assolutamente povera dell’operatore d’arte. Il quale, di momento in momento, si trova di fronte al problema di sfuggire alla prigione di un linguaggio alienante e alla necessità di ipotizzare un linguaggio liberatorio. La situazione è delicata : l’operatore attuale in quanto intende con il proprio intervento radicalizzare le ragioni del mondano, intanto si trova contro una organizzazione linguistica borghese che non gli può essere utile strumento operativo, proprio perché rappresenta la sublimazione di quella concezione del mondo che egli vuole, invece, negare. In questo senso il denarratore si trova nella necessità di partire da una specie di tabula rasa linguistica per costruire la nuova grammatica, non prima o dopo, ma simultaneamente alla concreta modificazione del mondo. Solo 3 questa condizione l’operatore saprà offrire sul piano letterario esiti capaci di essere la testimonianza, l’omologo, la chiarificazione critica della quotidiana trasformazione del mondo in senso concreto. A questo punto non è necessario mutuare da Foucault la relazione ipotetica fra scrittura curiologica, geroglifica, simbolica da una parte e sineddoche, metonimia, catacresi dall’altra; basta prendere a prestito dal filosofo la nozione di spazio tropologico, nel quale identificare lo spessore che il linguaggio acquista a se stesso. Questo spessore risulta, cioè, da certe costruzioni tecnico-formali, inventate dalla nuova retorica : artifici e trucchi che rendono vivacemente esplicito il modo in cui il linguaggio muove se stesso o l’opera, narrando se stessa, si costruisce. 1) LA RELAZIONE Con forza il vento scuote il fogliame — con troppa forza — con forza media — con eccessiva forza — con debole forza : ora, togliamo di mezzo il fogliame : un vento scuote con nessuna forza, oppure, un vento con troppa forza non scuote nulla. L’esordio de La relazione (1 ) sembra un campione sufficientemente probante del modo operativo di Roberto Di Marco. Si ha infatti un inizio disposizionale che sollecita una comoda allure da romanzo che narra una storia. Ma subito la declinazione denotativa della forza del vento f troppa, media, eccessiva, debole ) con l’implicita intenzione referenziale contrasta, anzi cancella l’inizio di tono de- 18 LETTERATURA