scrittivo. Al migliore effetto cancellatorio contribuisce inoltre l’aggressione dall’esterno dell’autore : « togliamo di mezzo il fogliame », che è strumento utile a mettere a nudo subito l’artificio su cui sembrava reggersi l’esordio. La disgiunzione è alla base dell’alternativa. Questa, a sua volta, è un trucco; è solo apparente e illusoria dato che è costituita da due soluzioni i cui rispettivi termini fingono il movimento senza, in realtà, operarlo. Nella prima soluzione ( « un vento scuote con nessuna forza » j la negazione è nel modo, nell’ossimoro ; nella seconda ( « un vento con troppa forza non scuote nulla » j il carattere fittizio del movimento è dato dalla mancanza dell’oggetto. Il lettore si illude di poter scegliere tra il positivo o il negativo, tra l’assenza o la presenza ; ma l’autore lo delude. L’offerta riguarda il probabile, il possibile, un niente effettuale o, se si vuole, una presenza realizzabile solo con l’immaginazione. Se funzionasse la relazione, il rapporto, direbbe A. Porta, allora avremmo una piattaforma, un’area su cui far muovere la storia o un genere. Ma proprio sulla eventualità e sulla ipotesi è fondato il progetto (2). Si può propriamente parlare riguardo a Di Marco di un illusorio movimento di attacco e di stacco dall’oggetto ; è questo movimento di avvicinamento e di allontanamento dall’oggetto a caratterizzare il rapporto con l’oggetto che è, a sua volta, ambiguo e polivalente per propria natura. Si ha una volontà di aderire o, magari, di definire l’oggetto e, insieme, l’opposta volontà di contraddirlo, di contrastarlo : ecco quanto caratterizza l’improbabilità dell’avventura. L’oggetto è polisenso: di volta in volta è la realtà marxisticamente intesa come il dato da trasformare, da formalizzare; è l’io inteso come ingannevole mare della pura interiorità; è il contesto socio-economico di un paese mitico, ormai passato alla storia (la Sicilia?); è altro ancora. Comunque il modo di aggredire la realtà è sempre formale ; cioè l’autore dispone di tecniche formalizzanti fondate severamente sulla costruzione e l’invenzione retorica. Il come se (quale congegno previlegiato ), la finzione come spazio immaginario inducono l’autore alla ricreazione e, perciò, al recupero e al conseguente lavorio mimetico (ma nel contempo dissacratorio) di situazioni ermetiche congelate in emblemiatico lirismo. Si veda per es. : « perciò tendeva sempre l’orecchio al tumulto del cuore di lei che rossava i bordi dei suoi occhi » ; « ora dì tanto è sufficiente un cespuglio intricato di parole-»; «fanciullo m’hanno insegnato l’amore fra le macerie». Tali modulazioni si rilevano fin dai primi frammenti de La Relazione, anche mediante il reperto archeologico fissato nella metonimia fanciulla-urna : una evidente citazione da riportare alla topica iconografica vascolare. La citazione si amplia, però, annoverando nomi propri quali Cassandra, Giuditta, Cassiopea, o aggettivazioni apposizionali quali lungoviso, primofiore, donna sottile con la tunica a larghe falde. Da Quasimodo a Scotellaro si distende l’inganno in cui Di Marco invece non cade. La compostezza della citazione, della metonimia è infatti dissacrata grazie alla presenza di'contigue soluzioni linguistiche ed immaginative assolutamente opposte. Perciò se abbiamo il classico rapporto fanciulla-urna, troviamo l’altra faccia della finzione in certi ductus aggressivi o volutamente plebei ( « lei voltando la schiena con un movimento della groppa se lo toglie di dosso l’adultero squattrinato » ) ; oppure si può sottolineare la contaminazione dei toni diversi nella discrepanza connotativa di due termini contigui quali asparagi e roseto (« il sangue fu raccolto con i secchielli e portato ad annaffiare gli asparagi e persino l’intero roseto»). Attraverso la citazione, la contaminazione dei registri tonali, attraverso la parentetica che consente alla immaginazione di rallentare il proprio ritmo inven- LF.TTERATURA 19