mozione. Inoltre è ben consapevole che su questo camuffamento grammaticale e sintattico si è fondato l’ordine borghese, la speciosità di una morale pudorata. Si tratta dunque di rifiutare il metaforismo borghese e di degradare l’amplesso fino a normalizzarlo, spogliandolo di ogni crisma di eccezionalità. Lo straniamento compie l’esorcismo. Un non diverso uso dello straniamento Di Marco propone nella descrizione dei rapporti tra Giuseppe e Mariarosa. Ciò si spiega tenendo conto che le due coppie di personaggi ( Masin-Giustina e Giuseppe-Mariarosa ) rappresentano una specie di doppio e le loro immaginazioni e congetture una sorta di duplicazione. Le storie di x e di y costituiscono una specie di parallelismo alla cui base, come denominatore comune, sta la fuga (A). Si ottiene così lo schema: y o N ' x( = prima coppia) y( — seconda coppia) A( = fuga) Inoltre le loro storie sono raccontate in combinazione alternata. Cioè, agiscono nello stesso spazio e progettano una stessa fuga, se pure con ritmo sfasato. Infatti Masin e Giustina intessono il loro progetto di fuga in un tempo fittizio che è parallelo al tempo narrativo, mentre nell’ipotesi di Giuseppe e Mariarosa il tempo fittizio finisce con il superare il tempo della narrazione. Questo va rilevato agli effetti della struttura del romanzo. Se, invece, ci poniamo il problema del tempo in assoluto all’interno del personaggio, scopriamo che il tempo non scorre, anzi è come congelato nella immobilità : cioè non esiste. Di fatto non si ha un termine a quo da cui farlo scorrere, nè un termine ad quem cui farlo giungere. Che ciò avvenga, è reso chiaro dal fatto che l’io narrante frequentissimamente ci assicura che nulla è accaduto, che nulla è cambiato, che la fuga non è avvenuta, anzi che la fuga non è che un evento possibile, ma non realizzato. In altre parole abbiamo un io narrante che si dichiara nemico dei personaggi, ne mette in crisi i progetti, le congetture, cerca di alterarne le fisionomie, presentandoceli quali pazzi, schizofrenici. « Ma il punto era questo: da che luogo fuggire? ed è il luogo che parla » (p. 54); « Ma la fuga, lasciatemelo dire, sembra oggi un’ipotesi alquanto inverosimile data la forza del condizionamento » ( p. 81); « ma non è successo niente di nuovo, e questo è noto » (p. 110); « ma è impossibile avere dettagli dato il regno delle ipotesi interno al quale ci muoviamo » (p. 223). L’io narrante tenta perfino di negare i personaggi (si conoscevano Giuseppe e Mariarosa ? ). Di Marco ottiene tutto ciò negando i nessi di causalità aH’interno della immaginazione. Concludendo con la parafrasi delle parole stesse di Di Marco, Fughe è il romanzo dove l’io narrante si interroga soltanto su ciò che sta immaginando. In questo senso trovano la loro funzione alcune pagine finali dove la parola si fa protestata coscienza dell’operare e sceglie se stessa quale testimone del proprio muoversi nella immaginazione e nel progetto. Si assiste ad una sorta di rivolta della parola contro il proprio fabulatore, cosicché questi è indotto ad autocitarsi, a compiere una fondamentale e sempre rinnovantesi esperienza della parola, che, pur sentendo come propria, è spinto a risemanticizzare a distanza obbiettivata. 4) TELEMACHIA Telemachia, in ordine di tempo, è l’ultima opera di Roberto Di Marco (10). Anzi è un progetto di opera, visto che l’autore in sede di disamina critica mette LETTERATURA 25