una -propria esperienza possibile di carattere operativo e immaginario insieme '». E’ questo il significato più preciso dell’invito che l’autore rivolge al lettore a « ragionare attorno ai fatti », a « fare egli stesso il libro ». Ci sembra infatti che Di Marco tenda ad ottenere l’impatto percettivo tra opera e lettore, ma in una dimensione competitiva, di sfida, di insinuazione sconcertante. Questa dimensione competitiva, a sua volta, si risolve in Telemachia in pagine che altro non sono che la declinazione metaforica di certi numeretti di Ipotesi. Si veda per es. in T. « Giacché la Letteratura non deve più raccontare il mondo o ciò che essa va fantasticando su di esso ; ma deve riuscire a costituirsi, se vuole continuare ad avere degli scopi intrinseci, come luogo di esperienza possibile e concreta che appartenga agli Altri, ai lettori ed alla loro quotidiana routine sociale e di prassi » (15). Dove ritroviamo il concetto di una letteratura che tende ad « ipotizzare la possibilità » e il « progetto di una condizione di realtà diversa » (16), dove ricuperiamo il particolare concetto di autonomia dell’arte che Di Marco ha precisato in polemica con il realismo socialista ; dove, infine, rinveniamo la metafora illusoria della seguente proposizione importante di Ipotesi. « Certo che l’opera è anche, fisicamente, un oggetto, di autore, di lingua, di modo, di nessi, etc. Ma si costituisce come Letteratura, ed è questa costituzione la Letteratura, soltanto nel suo essere specificamente mondanità, cioè processo di rapporti nel mondo, col mondo » (17 ). Si potrebbe continuare con i confronti, per ribadire alla fine la convinzione che Telemachia è il luogo delle citazioni, dell’approfondimento della indeterminazione in chiave operativo-retorica. Ma questa è pure l’opera in cui l’autore apostrofa direttamente il lettore. Al VI capitoletto è deputato il ruolo della delusione irreparabile : « Chiavi di lettura per questo libretto io non so indicarne ; (...) il lettore non sarà accompagnato nè dall'autore in persona come narratore dei fatti, nè dalla finzione dell’io narrante; nè, infine, si può dire che qui siano allora i fatti a narrare se stessi, inquantochè, come si può vedere, non sono propriamente dei fatti narrati o narrantisi a reggere la cosiddetta trama di tutto quanto il libretto». E’ chiaro. Il lettore rimane solo; è deluso nell’attesa, dopo essere stato per cinque capitoli sfidato a dare una chiave di lettura. Non ca- sualmente l’autore scopre il trucco, l’artificio, solo a metà dell’opera. C’è una specie di elencazione crudele dei topoi critici più allettanti e stimolanti : l’io narrante, il libro che si narra, o, più facile, l’autore in persona che conduce per mano il lettore. Niente di tutto ciò vale : il lettore aveva scommesso ed ha perduto. Inoltre, per un eccesso di crudeltà dell’autore, per un suo gusto di disturbo, il lettore incontrerà in vari punti dell’opera una serie di annotazioni ( di solito le trova a piè pagina o collocate per inciso, ma qui, invece, coordinate « ai fatti i quali ragionano su se stessi, e spesso alla lontana soltanto » ), annotazioni che distolgono violentemente il lettore dall’abitudine di leggere con « nostalgia tolemaica » ; cosicché rimane abbandonato in una molteplicità di congetture. Con la loro pletorica volontà di disorientamento alcuni incisi sono di una evidenza sfrontata. « Ma nel complesso non vi sono novità sensazionali. Tuttavia, anche se poco appariscenti le novità ci sono e hanno tutte un preciso significato. Abbiamo prima elencato le novità essenziali, ma, ai fini dell’esito conclusivo, altrettanto essenziale è la assoluta mancanza di novità. E diremmo anzi che proprio qui, nel presente bisticcio, vada ricercato il principale significato ». Si vede come tutto sia giocato sul paradosso, sull’antitesi, sul calembour (ma l’autore ci ha preceduto ed ha scritto: bisticcio) logico-con- LETTERATURA 27