cettuale, fino ad ottenere una completa cancellazione del senso. Non in sede di « poetica », ma in sede retorico-operativa, formale, Di Marco direttamente suffraga l’affermazione, per altro ormai diffusa, di j. Ricardou : « C’est bien l’or-dre des mots, des paragraphes, des chapitres qui détermine l’axe temporei où se produit la course contre le sens » (18 ). Ancora : si è visto come in Fughe Di Marco avesse sostenuto l|a sua polemica antinaturalistica; ora, in Telemachia la punta si fa più sottile, più precisa. La contea dell’immaginazione dalla quale Di Marco progetta la letteratura come ipotizzazione del nuovo e del dopo, non concede nulla al già-dato, alla percezione ; anzi da quell’area l’autore può ironizzare sulla letteraturia conservativa rispetto alla costituzione-già-data. « E allora dunque non v’è dubbio che, almeno per una sua parte cospicua, l’esperienza del rapporto dovrà avere la sua sede altrove che nelle immediate vicinanze della percezione normale, territorio, questo, d’altronde, da lungo tempo oramai coltivato ad apparenza e nutrito, anzi conformato, di legale astrazione » (19 ). In questo modo il lettore è continuamente avvertito della inesistenza del senso unico, della natura assolutamente immaginaria, retoricamente truccata dell’area in cui si muove. A dimostrazione di ciò e per concludere si può affrontare il problema dei personaggi. Il perso-naggio è un progetto : spesso si sostituisce, o finge di farlo o gioca con l’io narrante, a sua volta illusorio. All’io narrante il personaggio si presenta come casuale coagulo di parole, di pensiero. Quando cioè l’avventura scrittoria si fa spessore, sedimento di significanti, costellazione aperta di analogie mentali, allora il personaggio profila la sua fisionomia e si dà un nome : Telemaco, Evelina, Tilde, Beatrice. Telemaco: il nome carico di suggestioni connotative comporta una alternata successione di focalizzazioni e sfocalizzazioni del mito. Infatti l’andare a ritroso, il portare il fardello delle origini, il progettare il recupero del-VArche di natura costituiscono altrettanti momenti di focalizzazione del mito. Invece, il procedimento a ritroso « entro all’Immaginazione come prodotto sociale dì modificazione » riporta alla cancellazione del mito. Anzi si potrebbe aggiungere che Di Marco tenda a scorticare la pelle eroica del personaggio, mediante il paradosso ironistico : «Ma secondo le usanze degli eroi Telemaco era giunto con ritardo, assorto e melanconico si poneva in disparte silenzioso », oppure, « Menelao che di gloria ecc. spaventò la bella Elena, ma traendosi in disparte come si conviene agli eroi valorosi e forti ». Ma torniamo alla questione dei personaggi per dire che l’autore non sa nulla di questi, o, almeno, ne sa quanto ne possono sapere i lettori. Perciò rimangono spessori congelati di parole, di analogie linguistiche. In questo ambito le parole di Tomachevski possono chiarire ulteriormente la questione: «Le héros n’est guère nécesaire à la fable. La fable comme système de motif peut entiè-rement se passer du héros et de ses traits caracteristiques »(20). Le strutture delle opere di Di Marco e la loro realizzazione tecnica, improntate come sono al tenore della retorica, ottengono almeno un esito importante : cioè sono riuscite a farci percepire il discorso in sè, nel suo articolarsi e disarticolarsi grammaticale-sintattico, nel suo costruirsi attraverso le regole retoriche che sono un tutt’uno con il funzionamento ritmico-sintattico della frase. E’ chiaro che la coscienza teorica di Di Marco è sempre implicita nella operazione stilistica ; e per coscienza teorica s’intende qui coscienza di ideologia, visione marxista che sempre è sottintesa nel modo di formare dell’autore, al punto che egli intende presentarcene la modulazione metaforico-immaginativa 2S LETTERATURA