in sede di letteratura. Noi abbiamo cercato di leggere l’opera di Di Marco epo-chizzando momentaneamente sulle idee e rimandando di volta in volta la possibilità di muoverci in questa area, nella intenzione di sottolineare l’artificio, la macchina delle strutture, il corredo figurale con la convinzione prevaricante di condurre una lettura tendenziosa. 1) Il menabò 5; il testo è seguito da una Notizia su Roberto Di Marco stesa da F. Leonetti, il quale conclude: « Così ho scelto dal romanzo-poema-getto, sottopostomi e lasciatomi in altra tecnica balia, e che è una specie di lunga fattura contro l’ordine. (In quanto lettore di un testo continuo, e che ancora ha varie possibilità, più volte sorprendenti, può darsi che io sia coautore di quanto appare qui, con i miei nessi preferiti) » p. 328. Da cui appare evidente che Leonetti è consapevole di aver fatto della pagina di Di Marco una lettura di tendenza, quasi per far combinare la soluzione stilistica con « un certo idillismo ermetizzante » che Leonetti ha rilevato in sede di lettura critica. 2) Tutto ciò può essere ulteriormente chiarito con le parole di J. Ricardou: «En la fiction, le réel et le virtuel ont même statut parce qu’ils sont l’un comme l’autre entièrement gérés par les lois de l’écriture qui les instaure » Problèmes du nouveau roman, Seuil, Paris, 1967, p. 29. 3) Può essere importante sottolineare come già ne La Relazione sia presente il motivo del viaggio (cfr. p. 313) che prelude al posteriore Fughe. Anzi il fatto che questa pagina non compaia nei successivi Contrappunti induce a pensare che l’autore abbia accantonato il motivo, ma solo per approfondirlo, per districarne la interna struttura potenziale e per restituirlo poi in Fughe (Feltrinelli, Milano, 1966), ormai ampliato dal respiro di un interno dibattito teorico. 4) La scuola di Palermo, Feltrinelli, Milano, 1963. In rapporto alla prefazione di A. Giuliani, cfr. ora la posizione di Di Marco in uno scritto di L. Pignotti: Una presentazione per Di Marco e Testa? in Nuova Corrente, 37, pp. 64-66. 5) La presenza del verbo amplettente può essere rilevata sinché in A. Ceresa: La figlia prodiga, Einaudi, Torino, 1968. Sarebbe quindi interessante approfondire il rapporto Ceresa - Di Marco riguardo alla questione. 6) Sul rapporto immaginazione-percezione cfr. Gruppo 63 II romanzo sperimentale, Feltrinelli, Milano, pp. 157-159. 7) Scrive Di Marco in op. cit.: « Ecco perchè, allora, in una metodologia sperimentale fondata sulla funzione dellTmmaginazione acquistano gran valore i termini operativi di Ipotesi, di Progetto, e di dimensione del Possibile » p. 158. 8) Per quanto ne sappiamo, l’idea di uno spazio topologico sarebbe possibile rilevare in maniera chiara solo in un recente romanzo di Vincenzo Agnetti: Obsoleto. All'Insegna del pesce d’oro, Milano 1968. Cfr. Costa, Guida del viaggiatore immobile, Malebolge n. 5. G. Baratta, L’idea topologica di un denarratore. Gazzetta di Mantova, 4 maggio 1968. 9) E’ chiara la funzione centrale che questa figura svolge nel romanzo contemporaneo ultimo. A volte il labirinto è finto, altre volte è superato e negato come in certe pagine di H. Heissenbüttel, altre ancora è presente ed ordinato: se ne trova la chiave e lo si percorre pacificamente. In questo ultimo caso pensiamo a E. San-guineti ed al suo Giuoco dell’oca, Feltrinelli, Milano, 1967. Sull’argomento cfr. S. Battaglia, Mitografia del personaggio, Milano, 1968, p. 501. G. Matoré, L’espace humain, Paris, 1962, pp. 167-168; G. Baratta, Paradossismo e ironia, Quindici, n. 14, pp. 33-35. 10) Einaudi, Torino, 1968. Alcune pagine dell’opera erano comparse in Nuova Corrente, op. cit. col titolo Gli aforismi di Telemaco. Altre in Marcatré 23-25. 11) Marcatré 16-18, p. 10. 12) Marcatré, 8-10, p. 64. 13) Questo lungo saggio si può leggere in Marcatré 8-10, 14-15, 16-18, 23-25. LETTERATURA 29