Fernando Trebbi Il senso con-fuso « Lei mi dirà — ha detto Robbe-Grillet parlando del suo ultimo film — che io non denuncio la società che produce i miei stereotipi ; lei mi dirà che ne vedo soltanto gli elementi superficiali. Ma una delle scoperte della psicologia del XX secolo è che l’uomo è stato proiettato violentemente al di fuori di se stesso. Egli è costituito da queste immagini superficiali che lo circondano, ma che in effetti sono la sua vera essenza ». Altrove, scrivendo di « alcune nozioni scadute » nell’ambito della critica tradizionale, ha ritenuto di dover registrare, tra queste ultime, anche la nozione di « messaggio ». E, a proposito dell’impegno, gli è capitato di sostenere che « invece d’essere di natura politica, (esso), è per lo scrittore la piena coscienza dei problemi attuali del proprio linguaggio, la convinzione della loro estrema importanza, la volontà di risolverli dall’interno »(1 ). Tutto questo evidentemente non significa, neppure per Robbe-Grillet, che dunque si debba ipotizzare una divaricazione insanabile tra arte e realtà, significa semplicemente che lo stare addosso al linguaggio è l’unica maniera per l’artista di stare addosso alla realtà e di « parlarla », o, ancora, che la registrazione e la contestazione del reale possono avvenire, in arte, soltanto attraverso le forme del linguaggio, per cui, nel nostro tentativo di penetrare e di comprendere l’opera, le troviamo, in un certo senso « dopo », essendo obbligati « prima » a scontrarci con strutture di carattere formale. Se quindi a Robbe-Grillet non interessano, in primo luogo, la contestazione e la denuncia della realtà, ma piuttosto le maniere in cui tale realtà sembra strutturarsi e organizzarsi a livello della percezione e dell’immagine, vuol dire che nel leggere la sua opera ci si dovrà principalmente occupare delle forme che il discorso cinematografico assume, del procedimento narrativo, degli artifici che lo costituiscono, del « congegno » insomma e dei meccanismi che lo mettono in movimento. Anzitutto c’è la volontà, chiaramente ostentata, di progettare un racconto una « favola », un arco narrativo, una storia « ben fatta » da confezionare secondo le regole del « genere », « una cosa — dice Jean — piena di azione, di chiasso, di violenza, di colpi di scena esplosivi » e imperniata sul traffico della droga. Robbe-Grillet, si sa (e i suoi romanzi stanno lì a dimostrarlo), ama l’c azione », predilige la « storia » e non può fare a meno della « trama » ; tanto ama le une e tanto predilige le altre che dovendo scegliere qualcosa da raccontare, non sa esimersi dal cercare là dove « azioni », « trame » e « storie », germinano abitual- mente in maniera più doviziosa e lussureggiante, cioè nel « giallo », nell’« avventuroso », nel « d’azione ». Il traffico della droga dunque può servire benissimo allo scopo. Nel film la progettazione della « storia » prende l’avvio nei corridoi del Trans-Europ-Express, in uno « spazio » leggermente labirintico, reso « oggettual-mente » suggestivo e accattivante da cristalli, cromature e specchi, per « coagularsi » poi, a mano a mano che l’invenzione procede, nell’« interno » ovattato dello scompartimento, al di fuori di ogni sonorità reale, in un silenzio avvolgente, 40 CINEMA