dispone dentro e attorno ripetutamente avvalendosi con funzione di contrappunto e di commento, o semplicemente di an.alisi di alcune possibilità drammaturgiche, della collaborazione di una équipe di attori-mimi che « agisce » alla maniera del Living. Non c’è dubbio che anche in Robbe-Grillet il motivo dell’expositio tenda ad assumere spesso ( a prosecuzione di un criterio, come vedremo, già « sperimentato » nel corso delle precedenti e riuscite esperienze letterarie ) la posizione di una struttura primaria a partire dalla quale si snoda poi la serie degli « eventi » che danno consistenza all’opera pur senza costituirla interamente. Essa infatti più che dalla successione dei singoli eventi, di per sè non portatori di significati sostanzialmente diversi, risulta costituita dai nessi e dai rapporti che li legano e li determinano; quasi come in un gioco di scatole cinesi in cui i vari elementi della struttura pur differenziandosi minimamente l’uno dall’altro e nell’ambito della serie, non impediscono alla struttura stessa di rivelare una sua complessa ed intrinseca organicità, una sua possibilità di senso e di interpretazione. Ciò che sembrava apparentemente « fatto di niente », rivela infine la sorprendente consistenza e l’illuminante significato della « relazione ». Il percorrere successivamente gli elementi della serie porta a niente e a tutto nel medesimo tempo, a niente perchè l’azione non produce qualcosa d’altro, a tutto perchè essa finisce per scoprire se stessa come totalità, come unico esistente, come strumento e come oggetto. Così come il vedere il film sembra non poter produrre altre sensazioni oltre al vedere stesso, oltre ad una sorta di avventura percettiva vissuta, questo sì, al di fuori degli schemi abituali. Delle scatole cinesi il film di Robbe-Grillet ha, tra l’altro, l’aspetto proditoriamente deludente e, vorremmo dire, disalienante nel senso che obbliga continua-mente l’utente a ritornare in sè ogni volta che il passaggio ad un successivo elemento del gioco sembra promettergli lo scattare di un meccanismo di implicazione e di coinvolgimento che invece regolarmente non scatta, frustrando l’attesa, rinviandola all’infinito e costringendola a ripiegare nuovamente su se stessa fino a quando l’oggetto-gioco-film scompare come cosa da fruire e degustare, come scopo nel quale sia possibile identificarsi per soddisfare l’alienante esigenza di uscire da sè, di evadere più o meno provvisoriamente in qualcosa d’altro. Al suo posto rimane invece, come « nuovo oggetto », questo fatto della « attesa delusa », del ripiegamento su di sè, del ritrovamento insomma della propria soggettività. Cercando l’opera e immaginando di potersi perdere in essa, ripercorrendo il duc-tus delle variazioni approntate dall’autore, il fruitore finisce per incontrarsi, per trovarsi « faccia a faccia » con se stesso (il che poi rappresenta l’esito ultimo di ogni radicale processo di straniamento ) un po’ come accade nel Film di Samuel Beckett ( un autore che Robbe-Grillet ha sicuramente ben meditato ) dove Buster Keaton (certamente in qualche misura ispiratore di quella « impassibilità » di cui si fa largo uso nell’ambito del cinema contemporaneo), nei panni di un vecchio storpio, dopo aver tentato di rompere i ponti con tutto ciò che gli ricorda in qualche modo il passato e la vita stessa ( stende un drappo sulla gabbia del pappa- gallo e sul vaso del pesce rosso, caccia dalla porta un gatto e un cane, copre lo specchio, straccia un ritratto appeso alla parete, estrae dalla borsa e strappa con cura un plico di fotografie che documentano le tappe fondamentali della sua esistenza ) viene beffardamente costretto dalla sorte a ricontemplare la propria immagine rispecchiata e, attraverso questa, quella realtà dalla quale aveva creduto di poter definitivamente evadere. E’ in ogni caso chiaro, per ritornare al discorso sull ’expositio, che questo modo di procedere funziona solitamente come una sorta CINEMA 45