plicità subito denunciata e rinfacciata nel momento stesso in cui viene evocata. Vien quasi naturale pensare, sulla scorta di tali osservazioni, al Bunuel dell’AngeZo sterminatore, dove pure si assiste allo sforzo di rendere lo spettatore testimone, recalcitrante, di una rivelazione della soggettività intesa come un insieme di perversione e di bestialità, come una specie di rivoltante vermicaio che inopinatamente si manifesta non appena vengano rimosse le pietre, levigate, della finzione, del cerimoniale e della malafede borghese ; con la differenza, a nostro avviso, che mentre in Bunuel il disvelamento resta in qualche modo oggettivato a livello dei personaggi e della storia dallo stesso, sia pure apparente, rispetto di alcuni caratteri della narrazione tradizionale ( rispetto che finisce poi per giocare contro questa medesima narrazione per esempio attraverso gli artifici della chiusura, della circolarità e del ritorno su di sé), in Robbe-Grillet esso si riversa più diretta-mente sullo spettatore, giunge a contaminarlo più da vicino, si trasmette dallo spazio, distante, dello schermo, a quello, intimo, della più riposta interiorità, si carica più abbondantemente di valenze soggettivanti : c’è in un certo senso, una aggiunta di crudeltà, una goccia, in più, di rigorosa perfidia. Questa sollecitazione della curiosità che nasce dall’interrogativo e che tende alla provocazione della complicità, trova il suo corrispettivo oltre che nel procedimento già impiegato da Sade, anche in quello di cui si parlava a proposito di Velazquez. Il soggetto, o meglio, l’oggetto della rappresentazione, che dovrebbe consistere nel soddisfacimento delle tendenze voyeuristiche dello spettatore, non si lascia cogliere, mentre si lasciano cogliere le forme della rappresentazione dell’oggetto che, nel caso del sadismo, sembrano essere quelle della ritualità e della ripetizione. Del resto è già stato largamente notato, dalla critica più attenta e anche dalla pratica clinica tradizionale, che l’operazione sadica non sta tanto nel possesso dell’oggetto, quanto piuttosto nel possesso attraverso, non è il che cosa che conta, ma il come, l’attraverso, un attraverso costituito appunto di ritualità, di combinazione, di cerimoniale, di ripetizione. Il sadico, si sa, tende a rifare le medesime cose e a rifarle secondo un medesimo ordine, il suo atteggiamento si esaurisce nella estrinsecazione di uno stato monomaniacale legato alla esecuzione di un solo gesto o di una sola serie di gesti : un po’ quel che accade, anche, per certe forme di criminalità, ed Elias, in fondo, oltre ad essere sadico, è pure assassino. Dunque il poliziotto Lorentz ha visto giusto, lo stratagemma dell’inserto su Le Metropole con la pubblicità dello spogliarello che si terrà al cabaret Eve raggiunge lo scopo : l’assassino ritorna sul luogo del delitto. Ma con una differenza rispetto al genere dal quale Robbe-Grillet ha desunto e citato questa figura : il luogo al quale Elias ritorna, non è un luogo fisico, è un luogo mentale, un luogo, si potrebbe dire, retorico. Ciò che infatti lo attrae, lo affascina, lo ammalia e lo perde, infine, è la ripetizione : lo strangolamento di Èva ri-presentato sotto le forme del corpo avvolto dalle catene, del respiro ansimante e spaventato, dell’urlo di una donna ; mentre le parole di una canzone invitano ad ascoltare la storia ■pleine de raison, du tendre poison que l’amour va hoire, e ragionano di uomini che pursuivent en rêve les filles pour le plaisir hrulant qui leur fait choisir le temps plus fort... La raccomandazione di Artaud secondo cui il teatro non potrà ritrovare se stesso « se non fornendo allo spettatore veridici precipitati dei sogni, nei quali il suo gusto per il delitto, le sue ossessioni erotiche, la sua primitività, le sue chimere, il suo senso utopistico della vita, il suo cannibalismo, si riversino su un piano non convenzionale e illusorio, ma interiore» (10), sembra aver trovato in Robbe-Grillet la sua versione cinematografica. Frattanto attra- 56 CINEMA