Gino Baratta L’indottrinamento grammaticale Se la tesi di Michel Foucault secondo cui l’uomo scomparirà, ucciso dal linguaggio, una volta che il linguaggio avrà raggiunto la sua unità originaria, superata ormai la frammentazione cui l'uomo lo ha ridotto, se la tesi secondo cui l’uomo é per-e-dol linguaggio è stata stigmatizzata come geremia-ca e profetica, disimpegnata e tragica da Nicola Abbagnano (cfr. Per o contro l’uomo, Milano, 1968, pp. 66-69), Wittgenstein, Husserl e Foucault sembrano invece costituire il fondamento su cui poggia Kaspar, una delle ultime opere teatrali dell’austriaco Peter Handke. L’opera, rappresentata dal Thea-ter am Turm di Francoforte per la regia di Claus Peymann, è stata riproposta in Italia al 27° Festival Intemazionale del Teatro di Prosa (del quale cfr. il cat. a cura della Biennale di Venezia, pp. 105-112). Kaspar è una parabola, o, se si vuole, la metafora dell’uomo che lentamente si scopre gettato nella prigione del linguaggio. Perciò si può dire che il protagonista di turno sia il linguaggio, lo strumento di cui l’uomo per eccellenza si serve per comunicare con gli altri uomini, per organizzare il suo mondo, per giustificare, di momento in momento, il proprio essere-nel-mondo (Dasein). Non deve quindi meravigliare che Kaspar sia il dramma della parola, la storia del linguaggio che predica l’uomo. Infatti in anni come i nostri la ripresa degli studi linguistici ha permeato e permea di sè la più vasta area della cultura occidentale. Ma ancor più della linguistica, è la filosofia del linguaggio, con le molteplici implicazioni esistenziali-fenomenologiche, ad offrire i parametri di ricerca teatrale a P. Handke. Raspar è l’uomo che non sa nulla ; non conosce neppure le dimensioni del proprio corpo, non governa l’articolazione delle proprie membra. E’ come scagliato sulla scena : lo ritroviamo con una maschera improntata allo stupore, alla inconsapevolezza meravigliata. Tasta e palpa il proprio corpo come si può toccare un qualcosa di estraneo, di non nostro, un quid opacamente oggettuale. E’ una cosa fra le cose, nel disordine delle cose : un tavolo, un divano, un badile, uno sgabello, una sedia a dondolo, un armadio. Occorre insistere sullo sperpero, sulla antieconomicità delle cose sparse sulla scena. Trovano u-na loro perentoria violenza proprio nella casualità della loro non disposizione. Ebbene, Raspar, il clown che ricorda (ma non sa come) una sola frase (Vorrei diventare quale un altro é già stato una volta ), Raspar rappresenta la metafora dell’uomo che deve ripercorrere le tappe dalla inconsapevolezza fino alla autodeterminazione responsabile. La frase, l’unica che il personaggio sa pronunciare, è ripetuta in modo ossessivo in tutti i toni, in tutte le molteplici possibilità topologiche, come se Raspar, ritrovandosi a disporre di una sola frase-oggetto, volesse meglio conoscerla, meglio manovrarne ad arbitrio gli elementi. Perciò se la ripete, se la ripropone in tutte le flessioni, smontandola, scandendola, soffermandosi su ogni fonema, pronunciandola velocemente nella conti- TEATRO 65