guità dei semantemi che la compongono. La frase è un oggetto di cui Raspar deve rendersi padrone. Ma non sa spiegarsene la genesi, non riesce a sviscerarne il senso. Insomma il personaggio si trova di fronte al linguaggio come a un dato, ad un’essenza che gli preesiste. Potrebbe perfino pensare (se ne fosse capace) di esserne la ingiustificata creatura, la assurda filiazione. Raspar non conosce il funzionamento della frase, come non conosce la dinamica del mondo circostante. Che fare di una sedia, di un armadio o della gamba di uno sgabello? E così come sperimenta le possibilità tonematiche della frase-oggetto, nello stesso modo prova a smontare lo sgabello, a chiudere e ad aprire le ante di un armadio. Finisce ovviamente con il non riuscire a comprendere la meccanica del comportamento degli oggetti ; finisce con il non saperli rimontare. Intanto quattro suggeritori, nascosti, incominciano l’iniziazione di Raspar. Gli dicono, gli ripetono in tutti i modi, con l’accumulo delle voci, con la gradazione ascensionale dei toni, con la ritualità litaniante delle proposizioni, gli ripetono che può essere contento, che può essere felice : possiede già una frase ! Raspar non può sottrarsi alle ingiunzioni, ai comandi, agli incitamenti dei suggeritori. E’ costretto ad ascoltare, è assediato dalle parole che i suggeritori, i persuasori, i de-miurghi pronunciano. I suggeritori compiono l’indottrinamento grammaticale di Raspar. Ciò che gli dicono e ripetono sembra estrapolato dai manuali più recenti della filosofia del linguaggio o della logica simbolica. I modelli di proposizione che gli prospettano costituiscono altrettante tappe di un progressivo addormenta-mento della coscienza. Il pubblico, intanto, sta dalla parte dei suggeritori, è implicato con tutta la sua cattiva coscienza di prevaricatore. Infatti noi convinciamo, senza mai persuadere. Hai una frase, usala ! Hai un oggetto, adoperalo ! Ma non spieghiamo mai perchè si posseggano quella frase o quell’oggetto. In questo senso Raspar è ingannato dal suggeritore-pubblico, nel momento stesso in cui è elusa la questione di fondo. Non c’è neppure l’inchiesta motivazionale : interessa ordinare, comandare, convincere, nel senso di legare-a-convìnzioni. Gli infiniti imperativi, la enumerazione degli ordini, il sovrapporsi violento delle voci creano quel rumore, quel disturbo che abbacinano ed ottundono Raspar, cosicché questi incomincia a credere nelle proprie illusorie possibilità, incomincia a camminare con più scioltezza. Infatti man mano che si rende padrone della sua frase-oggetto, riesce anche ad articolare meglio le proprie membra. Il problema dello stare in equilibrio è già risolto. Si verifica con ciò una chiara sintonia tra il funzionamento linguistico e la efficienza degli oggetti. Vogliamo dire che quanto più Raspar progredisce nella sua capacità di inventare il linguaggio, tanto meglio conosce la funzionalità degli oggetti, che pretende, perciò, di manovrare con competenza. Rimonta infatti la gamba dello sgabello, riesce a chiudere l’armadio, si rende conto della funzione O e> di un cassetto. Insomma nel momento stesso in cui impara a distinguere i vari semantemi attribuendoli ai differenti oggetti, si rende anche capace di usare questi ultimi. Ecco che allora Raspar lentamente, ma con progressiva convinzione, si cimenta nella composizione e nella pronuncia di nuove frasi. Ci riesce, ne è felice. Ma noi sappiamo che non fa nulla in proprio ; siamo noi ad imporgli le regole sintattiche, noi gli prefabbrichiamo i nessi logici tra frase e frase. Quando i suggeritori ( cioè il pubblico ) tacciono, assistono tuttavia alle invenzioni linguistiche di Raspar. Quindi per una esigenza di crudeltà permettiamo a Raspar di sperimentare le proprie funzioni fatiche. Per crudeltà, in quanto già sappiamo che la libertà di invenzione del personaggio è speciosa ed apparente. Abbiamo infatti alzato sbarre tanto alte da escludere che Raspar possa mai valicarle. Ed eccolo con i suoi nonsensi, con le analogie per associazione, con le sue connotazioni associa- 66 TEATRO