se non andiamo errati, è volta a suffragare una metodologia fabbricativa del senso, un’operazione cioò schiettamente retorica, che si privilegia di speciali figure, (10) per altro già in parte ampiamente illustrate, dell’area iranistica. (11 ) 11 percorso dell’artista negli ultimi dieci anni è abbastanza noto per richiedere un ulteriore commento. Vorremmo invece soffermarci sulle alcune ultime proposte venute a seguito della distruzione del valore referenziale, nel segno della essenzializzazione e per la vita tecnica della vetrificazione-plastificazione. Pozzati ha operato in prima istanza mediante una sorta di congelamento del vocabolario riducendolo nella sua consistenza lessicale (poche parole: pera, bottiglia ecc. ) e cancellando i segni sottratti allo spazio istituzionale. Qui importa notare che il suo modo di procedere risulta tutt’altro che artificiale, nonostante l’apparenza : le « parole » infatti vengono montate in proposizioni secondo un ordine naturale che ha come esito un significato. Vengono così esaltate le virtù predicative della lingua, cioè quelle relazioni di opposizione e di avvicinamento, che danno forza impulsiva al materiale inerte dei termini isolati ( le « voci » del dizionario ) e lo mettono in movimento ; si ha anzi un accrescimento di verità, se è vero che nell’opera si attua il passaggio dal livello confuso (la lingua comune) a quello alto, di estrema tensione, degli skémata e dei tropi. Già è stato elencato il vasto repertorio di utensili fabbricativi impiegati dal pittore ( tagli filmici, reticoli, citazioni-rapine, impaginazione scenografica e monumentale), così come ci si è soffermati sulla sintassi paratattica e sull’efficienza indicativa delle figurazioni. « Sono didascalico, non didattico », scrive Pozzati. Insistente è il rilievo dell’aumento di naturalezza, del carattere « più vero del vero » dell’oggetto prodotto : il profilo della cosa mercificata, depauperato di sostanza o dotato di un corpo « presuntamente neutrale », respinge energicamente l’identificazione referenziale di mercato, si allontana vertiginosamente dalle cose, si disalinea e desemantizza ; si sposta e cancella, ma non si vanifica, dato il suo raggrumarsi e stilizzarsi in una morfema simbolico. Interviene infatti un arresto della forma : portata al massimo della rarefazione, quésta mantiene rigidamente il proprio contorno (sicché non per caso i materiali impiegati sono tra i più duri e taglienti) e ricomincia a dichiarare un « positivo ». Come funziona questo meccanismo? Riesce veramente a produrre significati? La risposta ci sembra sufficientemente affermativa solo se si sposta l’argomento nell’ambito della autogestione, cioè — in questa circostanza — di un segno che ha il suo contenuto nella funzione della sagoma, dell’involucro stesso. Nella fig. n. 1 le tre superfici specchio-mela, allineate in una sequenza parallela, iniziano una proposizione formale che non porta al fruitore nessuna sollecitazione verso l’esterno, anzi lo richiama « dentro » la profondità delle sagome, e con lui risucchia l’assembramento della realtà in cui vive, quale che sia il luogo scelto nella infinita catena degli angoli di osservazione. Il processo è ancora una volta stilistico, di contaminazione organico-geometrico, distruttivo perchè porge delle « immagini » ( il di fuori riflesso ) disancorate e prive di necessità : si hanno così significati possibili, tanto innumeri e aleatori da non essere fissabili. Quel che conta, però, è l’occhio, non ciò che sta intorno allo spettatore : è quello ad essere attratto, assorbito, per così dire, nella forma. Dentro di essa comincia a stabilire delle relazioni, mentre l’alea della congiuntura pros-semica non è indirizzata a costruire, in quanto la si utilizza come puro materiale : l'operazione fin dall’inizio appare ironica e inversiva, continuamente al limite della morte e della nascita, nella misura in cui il meccanismo della nega- 80 ARTI FIGURATIVE