« lève » ne contiene tre (malgrado le quattro lettere). Si perderebbe il proprio tempo a voler cercare se in uno scenario ci sono, per esempio, non già delle unità significanti, ma dei fonemi ; e soprattutto se questi pretesi fonemi ( i colpi di spazzola per esempio) s'organizzano secondo lo stesso tipo di regole che governano il sistema fonologico di una lingua ; o ancora se i supposti monemi che si potrebbero isolare in uno scenario (una porta, un albero, una nuvola) funzionano secondo regole analoghe a quelle che costituiscono la sintassi di una lingua. Dimostrare che il teatro è un linguaggio, per questa via che sarebbe linguistica-mente la sola, è impresa semplicistica fino alla puerilità e perfettamente vana. Ciò non vuol dire che gli studiosi in materia di teatro abbiano torto ad attendersi un qualche aiuto dalla linguistica. Ma in realtà è a un’altra scienza, sorta dagli studi degli stessi linguisti, che si dovranno rivolgere : alla semiologia, scienza nata da poco, che si dà come oggetto l’analisi e la descrizione di tutti i mezzi e sistemi di comunicazione tra gli uomini, e forse gli animali ( mezzi : quando noi non scorgiamo nella comunicazione in questione nè unità, nè regole fisse di codificazione del messaggio ; sistemi : nel caso contrario ). In materia di teatro, la prima domanda che bisogna porsi, è di sapere se lo spettacolo teatrale sia comunicazione o no. Al profano la domanda può sembrare oziosa; e, la risposta, scontata. Ma non è così semplice. Eric Buyssens, in « La communication et l’articulation linguistique » (P.U.F. 1967) osserva che «gli attori a teatro simulano dei personaggi reali che comunicano tra di loro ; essi non comunicano con il pubblico », ■— almeno, aggiungiamo noi, essi non comunicano con il pubblico mediante lo stesso sistema ( qui, propriamente linguistico ) che essi usano tra loro, salvo il caso assai limitato di un appello diretto al pubblico e di allusioni, per esempio, all’attualità. Notiamo anche che la comunicazione linguistica è caratterizzata dal fatto fondamentale, costitutivo della comunicazione stessa, che l’emittente può diventare a sua volta ricevente ; e il ricevente, emittente. Niente di tutto questo a teatro, dove gli emittenti-attori restano sempre gli stessi come del resto i riceventi-spettatori. Se c’è comunicazione, essa è a senso unico, a differenza di ciò che avviene nella comunicazione propriamente linguistica. Gli spettatori non possono mai rispondere agli attori. Si potrebbero obiettare i mormorii ed i sospiri, gli applausi e i fischi, alcuni altri rituali mimici o gestuali, che sono le sole risposte possibili e osservabili del pubblico agli attori : ma queste risposte fanno parte di un sistema di comunicazione diverso da quello della « pièce » teatrale stessa. Lo ripetiamo : gli spettatori non possono mai rispondere e non possono rispondere agli attori con del teatro. Si potrebbero qui, di nuovo, obiettare quelle risposte ultra-moderne che sono le tecniche dell’Happening e del Living : noi ritorneremo sul loro significato probabile, che consiste senza dubbio a estendere e diversificare la parte di risposta degli spettatori nello spettacolo, a far più posto agli applausi sotto altre forme, senza cambiare forse profondamente il significato dell’applauso. Il segreto del funzionamento teatrale non sta dunque nella copia servile del modello della comunicazione linguistica. Tuttavia, noi abbiamo la convinzione che, in una sala di teatro, qualche cosa deve almeno avvicinarsi a ciò che noi chiamiamo comunicazione. La sola soluzione consiste nello studiare punto per punto e senza idee preconcette tutto quello che avviene. Esaminiamo dapprima la relazione dello spettatore con il testo, relazione di base (l’autore non è qui, non è mai qui); noi siamo in presenza di una relazione a senso unico, e di una comunicazione sostituita, che si serve semplicemente dello 4