effettuate dall’individuo, colgono proprio la presenza dell’uomo ed un mondo di oggetti umani, di modo che pare che il senso umano sia il primo senso al quale si porta la lettura del mondo. I sensi che il corpo umano esprime, e con lui gli oggetti da lui manipolati e costruiti, sono i primi a venir compresi e pare quindi godano di un certo privilegio (7 ). Per indicare questo potere del corpo di significarsi diventando visibile in se stesso e nei suoi oggetti d'uso, ci serviamo del termine espressione la cui ambiguità si adatta ai due aspetti della situazione del significare del corpo : è lui che nel gesto fa il segno e se ne ricopre, accennando a chi vede e chiamandolo, ma è anche fatto segno visibile sul quale si concentra l’attenzione di chi vede, dà a comprendere ed è da comprendere. Questo potere di espressione del corpo non è però uno tra altri, come se ci fossero dei gesti di movimento, di percezione, ed inoltre dei gesti di espressione ; poiché sempre nel corpo troviamo un senso, questo è sempre in espressione. L’intenzionare corporeo è un’espressione di sensi come espressione attiva di sensi in quanto li coglie nel mondo proiettan-doveli ; e come espressione passiva, quando è un corpo nel cui gesto il senso stesso è visibile come involucro del corpo. Studiare quindi il fenomeno dell’espressione corporea non conduce a prendere in esame attività particolari, bensì il carattere di espressività di tutte le operazioni corporee. Va da sè che questa espressività avrà un ruolo importante nel fenomeno della detezione dell’altro. Le questioni che intendiamo sollevare a proposito di questa fenomenologia sono dunque le seguenti : a) come un’attività del corpo significa; b) che cos’è un senso portato da un gesto. La domanda cui lateralmente dovrebbe essere possibile dare una risposta sarà quella dello statuto di linguaggio del gestire corporeo. Formuliamo la domanda nei termini in cui può essere affrontata : come si dà un senso emanante da un gesto corporeo? E’ un dato che la fenomenologia ripete dalla psicologia moderna che il senso di un gesto è presente nel gesto stesso ed in esso viene percepito « in carne ed ossa » ; « je lis la colère dans le geste, le geste ne me fait pas -penser à la colère, il est la colère elle-même » (8). Nell’esperienza non c’è traccia che consenta il ricorso al ragionamento per analogia od all'associazione per somiglianza della psicologia classica. A proposito di queste costruzioni adottate a scopo esplicativo pare definitiva la critica fatta dalla psicologia moderna che M. Scheler ha reso classica, secondo cui esse presuppongono quello che devono spiegare. Il senso del gesto è portato ed offerto dal gesto stesso, « Je ne perçois pas la colère ou la menace comme un fait psichique caché derrière le geste » (9), ma il gesto è la collera stessa, cioè la fa essere e la comunica, alla lettera la fa e-sistere. C’è una messa in scena naturale consistente nell’attivazione motoria che funge da supporto indispensabile all’apparizione del senso di collera; questo è immanente a quella e la abita in maniera tale che senza quel supporto il senso non è. Tuttavia l’identità non è assoluta; infatti lo stesso atteggiamento del corpo esprime in età e culture diverse, emozioni differenti. « Le Japonais en colère sourit, l’occidental rougit et frappe du pied ou bien pâlit et parle d’une voix sifflante » (10). Quello cioè che in termini fisici è un sorriso non lo è necessariamente quanto a senso, se può farsi portatore della collera e di una diversa emozione. Occorre dunque specificare quell’identtià di senso e gesto in cui consiste l'espressione. Benché il corpo fisico sia uguale in tutti gli uomini, non esprimiamo tutti la stessa emozione con gli stessi gesti. Con maggior precisione, il fatto che la mimica della collera sia diversa fa pensare che sia diversa la collera vissuta, il che comporta che questa non sia funzione dell’attrezzatura corporea e motoria, ma un uso di essa per un’opera non più motoria ma significante. « Il ne 17