dualità di piani che era apparsa nella descrizione della struttura stessa del senso. Come avviene, infatti, questa comprensione? Sono note le linee generali del problema classico della quinta delle Cartesianische Meditationen, il cui solo porsi segna la fine di tutti i trascendentali classici con la proposta dell’intersoggettività trascendentale. Sono altrettanto note le difficoltà di quel testo che, anche se sottolineate e ripercorse a fondo, non gli hanno impedito di continuare a valere come punto di partenza o come indicazione direttiva fondamentale che potrà venir precisata, ma dietro la quale la fenomenologia non ritiene legittimo tornare. Dietro, infatti, c’è solo l’inconscio solipsismo delle filosofie classiche. Tuttavia non si sono trovati molti tra i fenomenologi che tengono alla posizione del trascendentale come comunità pensante, disposti a riprendere quella quinta Meditatione Husserliana per un chiarimento ultimo dell'intersoggettività ; sono stati più quelli che la hanno tenuta per buona senza tornarvi sopra. E’ il caso di Heidegger per il quale il Mitsein è dato costitutivo del Dasein, il cui istituirsi non fa problema. Per questo ci pare rivelatore della radicalità della riflessione di Merleau-Ponty che una fenomenologia non sollecitata all’origine dal tema della alterità delle coscienze, dal centro della concezione del corpo che ha raggiunto, possa abbracciare quel tema con una chiarezza di riflessione che parrebbe mossa a questa meta. Poiché la comprensione dell'altro è, per M-P, opera del corpo. « Le geste dont je suis la temoin dessine en pointillé un objet intentionnel. Cet objet devient actuel et il est pleinement compris lorsque les pouvoirs de mon corps s’ajustent à lui et le recouvrent » (16). Questa struttura intenzionale distingue il comportamento da quegli oggetti di percezione che sono le cose. Quello che devo compiere davanti ^d un gesto umano per comprenderlo è assumerlo, che significa trovare nel gesto dell’altro un’intenzione che siamo in grado di effettuare attraverso un gesto del nostro corpo. Il corpo dell’altro è immediatamente espressivo di una intenzione ed a cogliere questa è il nostro stesso corpo che vive come complesso di possibili gesti intenzionali : la presenza di un’intenzione nel gesto dell’altro non la troviamo ad opera di un pensiero che confronti il comportamento estraneo col nostro, del quale ci è nota l’intenzione, istituendo una proporzione per calcolare l’intenzione estranea sulla base degli altri tre termini ; piuttosto il corpo soggetto vive se stesso come potere di gesti immediatamente equivalenti ad intenzioni e di intenzioni immediatamente equivalenti a gesti. Il corpo vive il gesto estraneo come gesto che può essere suo, come proposta di un comportamento che può effettuare per intero prendendolo come proprio, rivivendone, in questa appropriazione la intenzionalità. C’è una solidarietà tra i corpi che consente a ciascuno di sentire l’altro come sè, l’altro come espressione di sè e sè come equivalente all’altro. Un gesto esterno lo vivo col mio corpo che, contenendo una « tipica del mondo », e quindi dei gesti, mi fa sperimentare dall’interno tutti i gesti che vedo senza dover passare per il pensiero ; normalmente, anzi, questa fase della lettura ed il potere di essa non sono sottolineati perché sono sempre già sorpassati ; sulla base della comprensione già agita dal potere inconscio del nostro corpo, al gesto esterno per lo più risponde una replica di un gesto nostro, che, presupponendo la comprensione, non vi trattiene l’attenzione dei corpi dialoganti. La comprensione avviene dunque perché la struttura intenzionale del gesto è trasparente per il mio corpo che trova nel gesto dell’altro la indicazione di un mondo ed una maniera di presa su questo mondo ; questi accenni ad un mondo sono compresi dal mio corpo che ripercorrendoli raggiunge a sua volta quel mondo. « Le geste est devant moi comme une question, il m’indique certains points sensibles du monde, il m’invite à l’y rejoindre. La comunication s’accomplit lorsque ma con- 19