A voler spingere più oltre l’analogia si potrebbe aggiungere, azzardando naturalmente, che certe forme di teatro proposte dalla drammaturgia contemporanea sembrano presentarsi come una sorta di messa in scena di alcune delle tesi fon- damentali della fenomenologia. Così ad esempio nel concetto heideggeriano e sartriano deH’essere-al-mondo inteso come un trovarsi, un essere-messo-dentro, in una condizione, in una situazione contornata e delimitata, in una sorta di spazio dell’esistenza con i cui elementi costitutivi si è costretti a stare in rapporto e i cui confini chiedono continuamente di essere conosciuti, si rivelano molti punti di contatto con quello spazio della scena, sempre più disposto a protendersi e a indefinirsi, nel quale la drammaturgia e la teatrologia moderna e contemporanea immaginano immerso l’attore non meno dello spettatore. Se, come accade con frequenza sempre maggiore negli esempi che ci ven- gono proposti dalle tendenze ultime del teatro contemporaneo, la scena tende progressivamente ad eludere i contorni del perimetro entro il quale era stata costretta, per evaderlo e dilatarsi in ogni direzione, superando il palcoscenico, recuperando il retropalco, invadendo la platea, insediandosi in ambienti nuovi, dall’edifìcio pubblico, alla strada, alla piazza, e confondendosi sempre più con la vita come se volesse in qualche modo cercarne l’identificazione, si può davvero credere, allora, che spazio dell’esistenza e spazio della scena finiscano per qualificarsi come due elementi analoghi e coestensibili nei cui ambiti i rispettivi utenti, l’individuo in generale e l’attore ( ma anche lo spettatore ormai privato della sua abituale e specifica funzione), si trovano a compiere le medesime esperienze. La richiesta cui l’attore è fatto oggetto, di conoscere tutti gli elementi dello spazio teatrale, di percorrerlo e di possederlo nel corso dell’azione, di condizionarlo e di lasciarsene condizionare, di trasformarlo e di lasciarsene trasformare, è in gran parte simile alla richiesta cui l’uomo si trova esposto nel momento in cui l’esistenza gli chiede di essere conosciuta, percorsa, sperimentata, frugata in ogni suo angolo. Il medium di questa relazione, l’elemento che rende possibile questa analogia tra spazio della scena e spazio dell’esistenza, ci pare debba essere costituito proprio da colui che abita l’uno e l’altro di questi spazi, vale a dire da quel corpo-soggetto emettitore di intenzionalità motorie e significanti, parlante ( non necessariamente un linguaggio verbale) e portatore sempre di un senso immanente o nascente, capace di estendersi a tutto il mondo sensibile, sia ch’egli si comporti all’interno di uno spazio mondano, sia ch’egli agisca nell’ambito di uno spazio scenico. L’essere-al-mondo del resto, ed è questa un’altra delle possibili deduzioni dal rapporto fenomenologia-teatro, nella sua duplicità apparente, e di fatto sempre tensionalmente superata, implica tuttavia una distinzione di essere e mondo che si presenta per molti aspetti analoga alla distinzione di attore e spettatore, laddove, beninteso, per attore e spettatore s’intendano non soltanto gli individui fisici ma il complesso di relazioni che questa fisicità mette in movimento o richiama su di sè. E medesima rimane, allora, l’esigenza che s'avverte nel teatro, come nell’esistenza, di saldare in un tutto omogeneo i due termini di attore e spettatore, essere e mondo. Conoscere l’esistenza nell’ambito dell’esistenzialismo fenomeno-logico, così come conoscere il teatro o la scena nell’ambito della drammaturgia contemporanea sembra voler dire prendere consapevolezza della costituibilità, anziché della datità, di queste due strutture, dentro alle quali il corpo-soggetto agisce nel suo duplice aspetto di vivente, cioè di agente nello spazio dell’esistenza e di teatrante, cioè di agente nello spazio del teatro. 23