denziaia nel pensiero di Merleau-Ponty dall’analisi condotta sulla parola intesa come gesto verbale o fonetico. Noi viviamo in un mondo in cui la parola è istituita e di questa istituzione, su cui si fonda anche il teatro tradizionale, cosi come gran parte dei modi della nostra vita comune e abitudinaria, noi evitiamo di chiederci il fondamento. In realtà l’assenza della domanda non cancella affatto la presenza di un fondamento e allora imparare a parlare può ben significare, anzitutto, trasformare in parola un determinato silenzio, uscire mediante un atto radicale d’espressione da quel silenzio che ogni parola costituita lascia dietro di sè. Ma questa nostra visione del parlare rimarrebbe superficiale e incompleta se non risalissimo all’indietro verso il punto originale del suo fondamento fino a quando non ci sia possibile descrivere quell’atto radicale d’espressione, quel gesto, che rompe il silenzio primordiale facendone scaturire la parola. Ogni immagine verbale si rivelerà alla fine nient’altro che una modalità della mia gesticolazione fonetica, il senso stesso della parola, il suo significato concettuale, non potranno essere considerati se non come nascenti per prelevamento su un significato gestuale, a sua volta immanente alla parola stessa. Per sapere la parola dunque non è tanto necessario rappresentarsela quanto piuttosto possederne l’essenza articolare e sonora come uno degli usi possibili del corpo. Indagando pertanto la natura stessa della parola, descrivendone la fenomenologia, ripercorrendone la nascita, studiandone la manife stazione, non si può non giungere a scoprirne il carattere gestuale. « La parola — scrive Merleau-Ponty — è un autentico gesto e contiene il proprio senso allo stesso modo in cui il gesto contiene il suo ». Non è tanto il gesto allora che deve essere ricondotto ad una parola che lo sostenga, quanto la parola piuttosto che ha bisogno di riandare al gesto che la fa nascere. E in questo ripercorrere a ritroso il cammino che porta alla parola si può ben vedere la traccia di un itinerario parallelo a quello lungo il quale si muove la ricerca teatrale contemporanea alla riscoperta dell’autonomia del gesto e dei suoi significati immanenti. Autonomia e immanenza queste intorno alle quali Merleau-Ponty ci dà ulteriori assicurazioni quando scrive : « Prendiamo un gesto di collera o di minaccia : per comprenderlo io non ho bisogno di ricordare i sentimenti che ho provato quando eseguivo per conto mio i medesimi gesti. Conosco malissimo, dall'interno, la mimica della collera, e quindi all’associazione per somiglianza o al ragionamento per analogia mancherebbe un elemento decisivo ; del resto non percepisco la collera o la minaccia come un fatto psichico nascosto dietro il gesto, leggo la collera nel gesto, il gesto non mi fa pensare alla collera, ma è la collera stessa ». Potrebbe a questo punto sorgere, lungo la via della ipotizzazione di un linguaggio gestuale, un ostacolo, certamente di non poco conto, verso il quale sembrano paradossalmente portarci le argomentazioni a favore fino ad ora condotte ed è quello, da alcuni ritenuto insuperabile, della non convenzionalità del gesto e quindi della sua ridotta capacità di significazione. E in realtà se è vero, come dice Cassirer, che quanto più qualcosa somiglia a ciò che vuole esprimere, quanto più essa stessa è ancora questo altro, tanto meno riesce a significarlo, l’identità in qualche modo stabilita fra il gesto e il suo significato potrebbe davvero lasciar credere ad una sostanziale incapacità di significare da parte del gesto, per mancanza di sufficiente diversità o distanza. In altri termini mentre la parola in quanto segno convenzionale conserverebbe tutta la sua capacità di significazione, il gesto in quanto segno naturale non ne disporrebbe affatto. Ciò che a noi preme sottolineare invece è che anche per Merlau-Ponty ( altri hanno già riscontrato le forme di alta convenzionalizzazione raggiunte dal repertorio gestuale nelle manifestazioni