li uno solo o una sequenza di gesti e suoni rivolgendosi ai componenti dell’altro gruppo in generale o a qualcuno di essi in particolare. Dal gruppo opposto si muove allora un altro attore che prende ciò che il collega gli ha appena proposto sul piano sonoro e gestuale e lo trasforma in un altro suono e movimento, riproponendo il tutto agli attori del primo gruppo che a loro volta riprendono, trasformano e ripropongono. Talvolta accade che l’attore di un gruppo direttamente interpellato dalla sequenza di movimenti e suoni indirizzatagli dal collega non se la senta di rispondere, si trovi, per così dire a corto di argomenti ; egli allora chiede a qualcun altro del medesimo gruppo ( o qualcun altro si offre ) di rispondere al suo posto riservandosi di intervenire in una occasione per lui più favorevole. E’ come se tra i due gruppi si aprisse un dialogo in cui il gesto sta al posto della parola e la sostituisce in tutto e per tutto, emmettendo dei significati alla stessa maniera in cui la parola li emetterebbe e cogliendoli allo stesso modo in cui la parola saprebbe coglierli. Ogni gesto lanciato dall’attore contiene in sè ciò che vuol dire, il suo significato, alla maniera di un'intenzione come un qualcosa che lo supera, che lo trascende, che fuoriesce come una sorta di eccedenza dai materiali impiegati per esprimerlo. Il gesto viene proposto al testimone-attore contemporaneamente all’intenzione che lo abita, ma quest’ultima gli sta, per così dire, davanti come un qualcosa da raggiungere, come una meta verso la quale muoversi. Rispondere al gesto, trasformarlo e riproporlo, per colui che sia invitato a farlo, vuol dire essere in grado di coglierne l’intenzione o l’eccedenza, disporsi lungo la linea di fuoriuscita di questo significato e carpirlo adeguandovisi, ma poiché l’intenzionalità significante dell’altro non si lascia prendere se non abita già in qualche modo il mio corpo, si capisce come mai non sempre sia possibile raccogliere l’invitazione e come possa divenire pertanto necessario passare il turno e lasciare ad altri la prosecuzione del discorso. Una volta invece che l’eccedenza sia stata colta, essa diventa qualcosa di preso dentro, di incorporato nel nuovo gesto, una sorta di saputo gestuale sulla cui base il nuovo gesto cercherà di significare qualcosa di non ancora significato. E come la gesticolazione fonetica e verbale ha bisogno, perchè il suo significato si realizzi ed emerga, di un alfabeto di significati già acquisiti, allo stesso modo la gesticolazione tout court, non fonetica o verbale, deve presupporre un mondo percepito comune a tutti ove il gesto si svolga e dispieghi il suo senso : c’è, diremmo con Artaud, accanto alla « cultura delle parole », una « cultura dei gesti » sulla cui base, analogamente, i significati prendono ad esistere. Volendo definire il senso ultimo di questo esercizio, Pierre Biner parla di « gioia collettiva », di « immagine di comunicazione più profonda », contrapponendolo, come la cocteauiana « altra faccia dello specchio », all’esercizio successivo intitolato la peste ( e ispirato alla famosa descrizione di Artaud ) il cui senso sarebbe invece quello della morte collettiva, dell’assenza di ogni comunicazione : più precisamente noi diremmo, secondo la linea del nostro discorso, che come il senso del gesto non è mai dietro ad esso, ma si confonde con la struttura del mondo che il gesto delinea e che io riprendo per conto mio, si diffonde sul gesto stesso, ugualmente il senso dell’esercizio non sta dietro di esso come qualcosa da simbolizzare, ma si diffonde sull’esercizio stesso come un intendere il mondo, o l’essere-al-mondo, secondo il modo dell’assenso (in quanto, cioè, buono o positivo), che ogni attore riprende per conto suo e comprende, come, potremmo ancora dire, un avere il mondo attraverso il corpo quale potenza di questo stesso mondo. 34