de nostre discours, qui suivent les lois d’une syntaxe au sens le plus général, il y a bien des significations qui guident l’emploi que en faisons. Derrière la vitre de non paroles audibles, il y a tout un arrière-plan sémantique, psychique ce qu’on appelle d’ordinaire l’idé, la penseé, mais n’est connaissable actuellement que par le discuors, qui ne peut être appréhendée dans sa réalité ; mais seulement par allusions verbales ». In Entretiens sur le temps, Paris, 1967, pp. 132-133. 3) Sul rapporto tempo-linguaggio può essere utile la ripresa di alcune posizioni di A. Jacob: « En fait, rien n’est plus directement temporel que les signes existant en l’absence des choses qu’ils désignent ». Lo stesso, rifacendosi ad un’opera di G. Guillaume del 1929, Temps et verbe, mette in rilievo nelle lingue indoeuropee un processo di rappresentazione del tempo corrispondente ai sistemi verbali. Cfr. Entretiens sur le temps, op. cit. pp. 335-336. Importanti considerazioni a questo proposito si trovano in H. Schulte-Herbrüggen, El lenguaje y la vision del mundo, Santiago, 1963, pp. 11, 16, 23, 49, 123-125. 4) G. Bartolucci, Per un nuovo senso dello spettacolo, in La scrittura scenica, Roma, 1968, pp. 164-169; C. Sughi, Teatro puro, teatro impuro, ibidem, pp. 292-294; G. Bartolucci, La « materialità » della scrittura scenica, in Nuovi argomenti, 13, pp. 190-213, dove fra l’altro scrive: « Oggi la scrittura scenica non si estende, non riposa più su questa autonomia della parola; e giustamente si vuole porre questa parola alla pari degli altri elementi, gesto fonetica, spazio e tempo, sulla scena. Così la parola viene considerata puro materiale scenico essenzialmente tecnico, prima di far capo a ogni sua possibile altra referenza, e viene descritta poi nei suoi elementi fonici e visivi, nella sua spazialità e temporalità, al fine di trarne scientificamente tutte le potenzialità espressive» p. 191. 5) G. Bartolucci, op. cit., p. 194. 6) G. Bartolucci, La scrittura scenica, op. cit., p. 166. 7) Per la nozione di teatro teologico ecco quanto scrive J. Derrida: « La scena è teologia nella misura in cui è dominata dalla parola, da una volontà di parola, dal disegno di un logos primario, che, non appartenendo al teatro, lo governa da lontano. La scena è teologica nella misura in cui la sua struttura comporta, sulla scorta della tradizione, questi elementi: un autore creatore che, assente e lontano, armato di un testo sorveglia, riunisce e ordina il tempo e il senso della rappresentazione che lascia all’autore la possibilità di rappresentarsi nel cosiddetto contenuto dei suoi pensieri, delle sue intenzioni, delle sue idee ». Cfr. Teoria ed opera di Artaud in Teatro Festival 2/3, Parma, 1967, p. 8 e ora in L’écriture et la différence, Ed. du Seuil, 1967, sotto il titolo: Le théâtre de la cruauté et la clôture de la raprésentation, pp. 341-368 Cfr. anche il VI assioma di R. Schechner, pp. 66-72, in La cavità teatrale, Bari, 1968. 8) C. Kerényi-T. Mann, Romanzo e mitologia, Milano, 1960, p. 26 e Felicità difficile, Milano, 1960, p. 22. Sanguineti si riferisce al carteggio in modo assai esplicito in II romanzo sperimentale, Milano, 1966, p. 117. A proposito della stessa questione ecco quanto scrive Ph. Sollers: « ...sont dans notre culture des régions où le signe ne pénètre pas: franges hiéroglyphiques, réserves encore mal utilisées qui doivent parte-ciper à la totalité réelle du texte ». Lo si legge in Théorie d’ensemble, Ed. Du Seuil 1968, p. 323. 9) A. Artaud, Le théâtre et son double (Lettres sur le langage), p. 161, Paris, 1966. 10) A questo proposito sono assai lucide le pagine di J. Derrida, Freud et la scène del-l’écriture, in Ecriture et différence, op. cit.. Ma Cfr. anche dello stesso, Della gram-matologia, Milano, 1969, p. 76. Vedi ancora J. L. Baudry, Freud et la création litté raire, in Théorie d’ensemble, op. cit., pp. 148-74. 11) R. M. Albérès, Romanzo e antiromanzo, Milano, 1967, pp. 182-186. 12) Per la nozione di soggetto-funzione, Cfr., R. Barthes, Drame, poème, roman, in Théorie d’ensemble, op. cit. p. 28, n. 2, ma anche quanto scrive J. Thibaudeau in uno scritto raccolto nella stessa antologia: « Parce qu’il s’agit non pas de structurer un moi dans ses relations à Vautre, mais d'inventer un je, non-assujetti, simplement producteur du textè. Et ce je, textuel, non subjectif, supprime tout personnage, à commencer par celui qui conditionne tous personnages; c’est-à-dire, celui que névro-tiquement le romancier, en dehors de son activité productrice-là où il doit se déclarer l’auteur de cette production-constitué, selon une biographie imposable (avec ses droits d’auteur, etc.) », p. 214. 56