Umberto Artidi Fisicità e disordine nel teatro di Perriera « La realtà nelle sue infinite valenze non può nè essere interpretata nè rappresentata. Essa può essere soltanto vissuta : cioè aggredita, immaginata, mimata ». Così Michele Perriera in una sua dichiarazione di poetica, pronunciata nel corso di un dibattito sul romanzo, in sede di Gruppo ’63 (*). «Mimare la realtà», dunque, ma entro un’accezione ben diversa da ogni versione naturalistica, in cui l’analisi obicttivata del reale presuppone il decentramento e l’estrinsecazione del punto di vista, con conseguente focalizzazione del dualismo tra narrante e narrato. Nulla di più estraneo alla strategia di Perriera, tesa a privare di senso ogni dicotomia soggetto/oggetto, per una linea tale da consentire all’intelligenza operativa non tanto la risoluzione del rapporto « tra sè e le cose » quanto lo scatenamento di tale rapporto : sicché, a livello dell’Autore, a funzionare come elementi antite-tico-oppositivi sono piuttosto le categorie del « vivere » e del « mimare » rispetto a quelle dell’« interpretare/rappresentare », entro una visione radicalmente protesa a porre fuori causa la presenza d’ogni elemento mediatore e neutrale, d’ogni ipostasi coscienziale, il cui effetto sarebbe d’interruzione-paralisi del circuito del reale. Passando dal piano narrativo a quello teatrale, è interessante vedere il modo d'applicazione e di funzionamento d’una simile poetica nell’ambito delle strutture sceniche, a livello del primo esercizio drammaturgico di Perriera, di stesura quasi contemporanea alle note di poetica sopra riportate. A rigore Lo Scivolo (2) potrebbe passare sotto la collocazione di « pantomima integrale », sempre che fosse possibile depurare tale termine d’ogni escrescenza naturalistica : e si tratta di proposta davvero interessante nella misura in cui l’Autore, eliminando decisamente la parola dal materiale scenico per riportare tale tipo di scrittura a un piano fisico-comportamentistico, saggia per così dire le possibilità di un teatro che, pur non sottraendosi apparentemente al tradizionale modulo della « vicenda », con relativi canoni dell’exordium, della parabolicità, dell’acme e della soluzione, ricusa radicalmente i modi dello scavo psicologico e dell’introspezione affidata ai parametri del linguaggio verbale. Teatro dunque che rifiuta la parola come Logos, come veicolo d’una coscienza ontologicamente separata dalla fisicità. Ricompare qui la pregiudiziale avanzata da Perriera in sede di poetica attraverso il binomio dualistico vivere/interpretare : la parola interpretante, ritenuta affetta di separatezza, di tendenziosa neutralità, è rigorosamente espunta dalla scrittura scenica. Ne risulta una strategia che, se si muove, come si è detto, in direzione di una rigorosa materializzazione dell’operazione scenica, trae tuttavia i caratteri di maggior interesse proprio dal suo paradossale persistere entro i termini di una struttura teatrale di tipo tra- 58