tivo dialogico completamente sottratto alle leggi di un qualsiasi intrigo, e procedente invece per germinazione autoctona di linguaggio, sicché anche i materiali attinti alla situazione — per esempio materiali comportamentistici : la stanchezza di 2, l’affanno e l’iperattivismo di J — divengono ipso facto materiali linguistici tout court, sottoposti e sottoponibili quindi alla logica che presiede al funzionamento di questo dispositivo linguistico onnivoro e fagocitante. Ed è proprio l’assenza di una vicenda da esprimere o da « duplicare » a consentire alla parola di agire nella massima libertà, sia che essa debordi dal suo statuto di segno per proporsi come puro oggetto fonico, capace per propria fisicità costituitiva di aggredire calamitandoli oppure di respingere altri gruppi o corpi di parole ( 2 - Merda, c’è tanfo di sperma 1 - No io non 2 - C’è tan 1 - No io non 2 - Totò! ) come in un processo d’attrazione molecolare, sia che lo stesso procedimento, utilizzato attraverso l’uso insistito e rimbalzante di sintagmi-chiave del tipo di occhi di morti, dategli un geco, fammi vedere le mani, senza cervello, mancano le ultime notizie, la città scoppierà, funzionanti come grumi semantico-sonori dotati di forte potenziale centripeto, consenta l’avanzamento del dialogo mediante la formazione di catene associative o costellazioni di parole liberamente sovrapponibili o intrecciabili le une alle altre. L’intersecazione di piani che ne deriva, dovuta all’alterno presentarsi e combinarsi dei vari campi associativi, conferisce al parlato un curioso movimento sussultorio, dove a vistose cesure collocate a ridosso dei momenti che segnano il trapasso da un nucleo d’attrazione all’altro e determinanti di conseguenza il meccanismo di interruzione/paralisi della linearità discorsiva, succedono spezzoni dialogici in cui l’impianto verbale sembra apparentemente restituito alla sua funzione di comunicazione intersoggettiva. Di fatto non sono mai i personaggi (8), completamente sottratti a ogni emergenza psicologistica, a parlare : è piuttosto il linguaggio che parla per bocca loro. Essi vivono sulla scena come corpi, cui tra l'altro è demandata la funzione di emettitori di suoni. Ma tali suoni non rappresentano il medium attraverso cui canalizzare, comunicandola, un’interiorità latente. Divenuto da mezzo fine, il linguaggio si vendica delle costrizioni patite, non solo rifiutando il proprio asservimento a dei Personaggi e a una Vicenda, ma utilizzando a sua volta i personaggi come esecutori di una vicenda che è — o vorrebbe essere — unicamente linguistica. O Da questo punto di vista almeno 1 - 2 e Donna, identificati tout court con gli spezzoni di linguaggio di cui sono portatori, danno vita all’unica forma di movimento di cui sono capaci : una sorta di balletto verbale le cui leggi compositive, legate a uno spartito unicamente endolinguistico, sono quelle dell’attra-zione/repulsione fonetica o della combinazione/intersecazione di campi seman-tico-sonori intorno a monemi o sintagmi chiave, secondo il procedimento sopra enunciato. Entro siffatta strategia, di cui il più vistoso connotato retorico è la figura della ripetizione, nella duplice accezione di ritorno ossessivo della stessa frase e di ripresa amplificata della medesima con allargamento del campo associativo mediante inserimento per simpatia fonetica di nuovo materiale ( 1 - Hai la schiena devastata, non hai più casa, hai la schiena devastata. Dunque ti hanno stuprata, putanissima, ti hanno stuprata ) il personaggio si vede in effetti costretto a rinunciare ad ogni residua possibilità di farsi portatore di un nucleo semantico proprio, di ostentare in qualche modo una propria individualità. Anche i materiali che sembrerebbero funzionare in questa direzione, per esempio l’insistita volontà peda- 63