Peter Handke Teatro o cinema, ovvero le miserie della comparazione Diceva Pascal, a un di presso : tutto il male viene dal fatto che si crede sempre di dover paragonare la propria finitezza con l’infinito. E un altro male — questo Pascal non lo diceva — discende forse dal fatto che in generale si crede che quello di far confronti sia un dovere. Mentre scrivo, vedo fuori sulla strada due spazzini intenti a scopare con le loro grosse ramazze il marciapiede. Hanno entrambi una tuta a strisce bianco-arancione come dei motociclisti, entrambi portano dei larghi calzoni spiegazzati come vagabondi o come dei personaggi in un dramma di Beckett, tutti e due hanno volti da meridionali, ambedue hanno in capo berretti come se ne vedono in fotografie di prigionieri della prima guerra mondiale, l’uno e l’altro avanzano con ginocchia rigide e piedi piatti come girovaghi, tutti e tre — ora se ne aggiunge un terzo, un quarto — portano guanti a manopola come spalaneve in inverno, tutti e cinque con le loro scope e pale enormi, che li fanno apparire piccolissimi, assomigliano a figurine di un quadro di Brueghel. Se non che : uno degli spazzini si è girato più rapidamente dell’altro, e l’altro aveva il berretto più profondamente calcato sulla faccia del primo e l’altro spazzino ancora aveva una faccia più tedesca dell'altro e il terzo sembrava attendere al suo lavoro più svogliatamente del secondo ; infine — nel frattempo gli uomini sono usciti dalla mia visuale — l’ultimo spazzino che si era già messo in spalla la sua scopa, mi appariva più robusto degli altri. Ma quali paragoni mi verranno in testa se nel leggere davanti al pubblico quel che ho scritto ora alzerò gli occhi e mi metterò a guardare quelli che a loro volta mi stanno a guardare? Come si arriva a questa mania che ci spinge a far paragoni? Non s’insedia alle volte per l’incapacità di distinguere le cose nella loro singolarità quando le esperiamo? E come avviene che, istituendo paragoni, si vuol ogni volta nello stesso tempo valutare, svalutare e rivalutare? Non è forse che si valuta perché non si ha voglia di percepire sensibilmente l’oggetto svalutato per mezzo del paragone in paragone all’altro? perché ad esso si guarda con un inerte riflesso comparativo, senza vederlo, e si sdrucciola nella comparazione per il semplice non saper che pesci pigliare allorché non si riesce a percepirlo? Gli oggetti in tal modo sembrano esserci soltanto per poter essere giocati l’uno contro l’altro : vengono astratti a possibilità di comparazione, col medesimo metodo con cui il codice civile persino de- 109