gli Stati non borghesi ( 1 ) sin dal principio rende spregevoli e impossibili le esperienze dei cittadini. Il venir in chiaro su certe cose è eluso nella sciocca commisurazione con altre cose. Meccanicamente una gerarchia di oggetti nasce così nella coscienza, la quale ora, per vie che si direbbero statali, accoglie gli oggetti come un oniomane, un maniaco delle compere, un cliente : il primo pensiero alla vista di un oggetto non è un primo pensiero, bensì il riflesso comparativo — analogamente all’acquirente in un emporio, al quale non tanto viene esibito un mondo di merci quanto un mercificato modo di possibilità comparative — e io stesso con null’altro ho potuto trarmi d’impaccio se non facendo paragoni : sì, bisogna dirlo, i paragoni aiutano. E i modelli, a cui tutti i paragoni sono riducibili, sono i seguenti : « Preferirei aver questo piuttosto che quello » ; « preferirei esser questo piuttosto che quello ». E infine, utilizzabile per ogni oggetto e situazione : « Mi piacciono più i negri dei cinesi ». « Mi piace più la democrazia della rivoluzione ». « Mi torna meglio un impiego stabile che non un’esistenza incerta ». « Mia moglie mi va a sangue più di qualunque attrice ». « Un ordinamento sociale rigido e severo, in cui ognuno faccia il suo lavoro e abbia da mangiare a sufficienza, per me è meglio di una libertà che... ». Qualche tempo fa mi mandarono un questionario in cui c’erano solo domande di questo genere : « Preferiresti vivere in una città inospitale ma ricca di capitali o in una città dalle belle architetture ma relativamente povera? ». Appare dunque che a questo servono i paragoni, a far scivolar via il discorso dall’oggetto paragonato per liquidarlo con una frase : ogni altro interesse per l’oggetto è superfluo : esso non esiste che come oggetto di comparazione : l’oggetto si trasforma : diventa un'avversione. E il male proprio di questo tipo di comparazione è che, col suo aiuto, essendo ogni oggetto riformulato nella coscienza e trasformato in un oggetto carico di una connotazione affettiva e di valore, ogni oggetto di questo mondo può esser paragonato con ogni altro oggetto di questo mondo. Null’al-tro resta se non la possibilità linguistica, per l’unico fatto che l’oggetto è ineffa bile : e proprio perchè è ineffabile, non rimane che istituir paragoni : il paragone esime dall’occuparsi dell’oggetto : essendo l’oggetto incomprensibile, se ne preferiscono altri. Questo piuttosto insistito discorso preliminare non dovrebbe a rigore che rendere diffidenti e chiarire certi meccanismi reattivi che si annidano in un’unica frase, molto banale, molto dimessa. La frase al cui modello ho voluto avvicinarmi pian piano, è questa: « Vado più volentieri al cinema che a teatro ». Quale spreco in una frase tanto innocua! « Vado più volentieri al cinema che a teatro ». Mi ricordo che questa frase l’ho usata piuttosto spesso. Ho detto « mi ricordo » perché da qualche tempo non la uso più. Vuol dir questo soltanto che ora vado più volentieri a teatro che al cinema? No, vuol dire solo che non mi servo più di quella frase : che rifuggo dall’uso di una frase. Continuo, come sempre, a preferire il cinema al teatro. Bene, ora ho usato quella frase, ma per l’ultima volta. Mi sembra che come non ci si può bagnar due volte nello stesso fiume, non si possa usar due volte la medesima frase, la seconda volta ti potrebbe rovinare addosso e sotterrarti. E come in Kierkegaard c’è la concezione che non ci si potrebbe bagnare neppure una volta, cos'ì sarebbe forse da riflettere che esistono certi frasi che non è possibile impiegare neppure una volta. Si tratta di tutte quelle frasi i cui modelli sono prodotti della coscienza ridotta al rango di nastro trasportatore. Di questa spe eie è anche la frase sul cinema e sul teatro, che forse è ancora comprensibile al 110