cinema non dalla televisione è sostituito, ma dalla realtà esterna. Dallo sterminio delle merci con il quale l’immaginante si trasforma in un supermarket reale... Il piacere di vestirsi, divenuto tutt’uno con quello di travestirsi, ha già dato, in quanto a fantasia e gioco, molti punti al cinema. Nella bruttezza delle strade fioriscono apparizioni leggiadre, quali quasi mai si possono vedere nei nuovi film che circolano. Per le strade più ragazze belle e belline che nei film... Realtà fatta di immagini, che non solo diventa più rigogliosa, ma sempre più cinematografica... ». Che nel cinema le immagini degli oggetti sian divenute norme del modo con cui guardare ad essi, codici civili del vedere e del percepire, lo rivelano con particolare nitidezza, e in senso foriero di conoscenza e divertente insieme, le regole che presiedono al film di genere. In questi film, le regole, a differenza dai film autentici e svincolati da regole prefissate, sono rimaste davvero, e per fortuna, delle regole del gioco : i film di spionaggio, i film gialli, i film dell'orrore... Ogni immagine in questi film è una frase figurativa, che si attiene rigorosamente alla sintassi che nel frattempo si è venuta elaborando. Penso a quelle scene nei film dell’orrore nelle quali si può vedere una persona che avanza direttamente verso la macchina da presa, e sempre più si teme, quanto più gigantesco si fa il volto sullo schermo, che d’un colpo a questa persona si pari davanti, a un pollice dalla macchina da presa, alcunché di orribile : e difatti è la regola ( ho detto : la regola ! ) che il gran viso scontorto proprio in quel punto spalanchi gli occhi e ti squaderni lì un urlo raccapricciante o comunque ne abbia tutta l’intenzione, al che una mano perché no guantata gli si dispone larga larga sulla bocca. Un altro significato ha invece la scena se la persona, alcuni metri prima della macchina da presa, piega a destra o a sinistra e scompare dal quadro : questo principio figurativo ci tranquillizza : alla persona, almeno in questa scena, non accadrà nulla. Si potrebbe qui ricordare anche quel luogo comune della grammatica cinematografica che Hitchcock ha introdotto nel linguaggio filmico : egli ha applicato la dissolvenza non solo alla ripresa ravvicinata di belle donne, per esempio di Grace Kelly o di Kim Novak, ma ci ha fatto vedere « dietro un velo » e quindi « lattiginosi », im precisi anche atteggiamenti spiranti particolare minaccia. Lo ricordo soprattutto perché tempo fa mi è capitato di leggere un articolo su una rivista medica in cui si diceva che in situazioni di particolare pericolo avviene che per la paura chi ne è vittima diventi miope. Hitchcok avrebbe qui dunque trasformato dei fatti psichici in un principio figurativo. Dopo aver appuntato questa osservazione, sono andato a rivedermi il film in cui tra l’altro credevo di poter riscontrare questa particolarità. Si trattava del film Sopra i tetti di Nizza e, rivedendolo, mi parve che la scena in questione fosse del tutto chiara, come le altre, senza foschie intermesse. C’era dunque da pensare che solo io, quando assistei al film la prima volta, avessi visto d’improvviso in dissolvenza per l’ansia che provavo per il personaggio in preda a terrore? E’ possibile dire che nei cosiddetti film di genere il linguaggio figurativo si è già presto coagulato in un canone rigido, che non può esser modificato, ma al massimo variato. Appare però sempre più — e di questo mi importa — che anche i cosiddetti film non obbedienti a canoni (sono chiamati anche film problematici o film d’arte), che pretendono di presentare immagini « anomiche », si impigliano abbastanza male in atteggiamenti normativi che si ripetono macchinalmente. Questi film artistici fanno come se restituissero per forza di immagini il mondo esteriore, la grammatica irrigidita delle forme filmiche. La grammatica compiutamente formulata, e cioè industrializzata di questi film si rivela la peggiore, vale 112