dedicata alle Forme dell’ambiente limano ». Fra i due momenti segnati dai testi anceschiani si è svolto il colloquio che si è articolato a due diversi livelli: a quello più squisitamente metodologico e problematico e a quello dichiaratamente esemplificativo. Dopo una introduzione di An-ceschi sul problema delle Istituzioni letterarie e Artistiche (la si può leggere ora in D’Ars, anno X, n. 46-47), in sede di gruppo vari sono stati gli interventi. G. B. Vicari ha parlato intorno alla situazione della letteratura attuale ed ha accusato con tono risentito e fortemente preoccupato l’impaccio nel quale si trova oggi l’operatore in bilico tra la dichiarazione della insufficienza dell’arte di fronte alla prassi, da una parte; e la spericolata convinzione intorno alla capacità totalizzante del fare artistico, dall’altra. P. Bagni, affrontando il rapporto tra lettura e letteratura, ha offerto un rigoroso esempio di ipotesi di metalettura. E. Mattioli con la sua relazione sulla mimesi come istituzione ha convinto delle possibilità insite nella neofenomenologia di intendere le istituzioni come sistemi operativi mobili e plurivoci, per usare le parole di Anceschi. P. Curi ha invece esaminato una serie di ipotesi di confronto tra strutturalismo e fenomenologia (il senso del suo discorso ci sembra possibile cogliere pienamente in Retorica, strutturalismo, fenomenologìa, in Lingua e stile, Anno IV, n. 3). A. Serra, G. Baratta, F. Bollino, C. Al-tarocca hanno parlato rispettivamente sulla psicoanalisi come istituzione, sul teatro di Sanguineti, sul rapporto tra tecnica ed istituzioni, sul romanzo contemporaneo. Una particolare attenzione hanno meritato le relazioni di R. Barilli e di A. Tagliaferri. Il primo s’é intrattenuto nel delineare una storia delle macrostrutture, da quelle di Wolfflin a quelle di D’Ors, sottintendendo le macrostrutture tipologiche di un Curtius e di uno Hocke; ha rilevato il pericolo di assolutizzarle, di farne cioè un uso rigidamente totalizzante; ha però avvertito la possibilità e la opportunità di farle funzionare quali istituzioni, quali proposte tassonomiche rinvenibili all’esterno delle opere d’arte. Ba-rilll ha sottilmente polemizzato contro le microanalisi di matrice francese (leggi Tel Quel) che, a suo parere, non sanno opportunamente aprirsi al mondo, al fuori dell’opera. Ha quindi proposto, mediante una serie di esemplificazioni a livello di arte povera, una linea di ricostruzione di macrostrutture e di microstrutture, linea che è riuscita convincente nella misura in cui la proposta di Barilli poteva appoggiarsi alla serie delle sue opere, nelle quali il discorso era già stato sperimentato. La relazione serrata, concentratissima di A. Tagliaferri ha avuto come bersaglio da smantellare con crudeltà e ferocia la separatezza in cui si colloca tuttora il letterato che persiste nel proclamare il suo diritto alla poesia, alla voce, rifiutando il silenzio che, secondo Tagliaferri, è l’unica alternativa del letterato (ci sembrò di riconoscere a questo punto la tesi del Che fare di Leonetti e Di Marco). La presenza di L. Rosiello ha garantito all'interno del gruppo la rigorosa definizione dello strutturalismo, spogliato com’è stato dal linguista di ogni equivoco es-senzialista ed ontologico. Anche qui un bersaglio: C. Lévi-Strauss. E’ da rinvenire forse qui uno dei risvolti più interessanti del colloquio: sembrò riproposto, se pure in terreno diverso, lo scontro, la polemica tra Propp e Lévi-Strauss. Rosiello infatti ha insistito sulla necessità che lo strutturalismo linguistico non debba compromettersi con l’essenza, con il metafisico nella misura in cui intende proporsi quale metodologia scientifica. Comunque il tessuto connettivo a tutto il lavoro, all'intero dibattito è stato offerto ed assicurato dalla introduzione di L. Anceschi, che richiamandosi al suo recente volume, Le istituzioni della poesia, ha dimostrato come il suo discorso più che trentennale permetta al critico, al fe-nomenologo di porsi in situazione, generosamente disposto alle ipotesi, e non alle ipostasi, alle proposte e non alle imposizioni. Entro questa angolazione ci sembra possa aver dato i propri frutti anche il discorso mobile e vivace intorno alla retorica, alla neoretorica, quale istituzione letteraria che ha percorso e percorre ancor oggi gli imiversi artistici. In tale ambito di analisi e di proposte si è particolarmente messo in evidenza il discorso dt R. Barilli. Ci preme tuttavia sottolineare come l’intero colloquio sia stato improntato alla nuova fenomenologia che L. Anceschi in questi ultimi dieci anni ha cercato di sorprendere nella sua funzione: dalla Introduzione del ’59 ad Autonomia ed eteronomia dell’arte, al Progetto di una sistematica dell’arte del ’62, alle Istituzioni della poesia. Infatti sia il manifesto con cui il Colloquio si è aperto, sia le conclusioni che sono state tratte riflettono in maniera vivace e mobile proprio certe pagine della Introduzione di Anceschi alla sua opera del ’36: « In ogni caso la fenomenologia è — anche se non solo que- 117